La moda – Le origini – La storia

Alla domanda: “perché l’uomo ha cominciato a vestirsi ?” La risposta più ovvia è: per ripararsi dal freddo. Ciò in parte è vero, però il discorso è ben più complesso, c’è tutto un universo di informazioni legato all’abito che si sceglie di indossare, c’è il bisogno di comunicare la propria identità e di affermare la propria individualità. Ci si veste a seconda di come ci si sente emotivamente, si decide il modello e il colore, in questo modo esprimiamo emozioni e stati d’animo; capirne il significato vuol dire conoscere noi stessi.

La necessità di ripararsi dal freddo è innata ma, non basta solo questo come risposta, perché anche le antiche civiltà che vivevano in territori dal clima caldo usavano vestirsi. Dagli studi fatti nel corso degli anni si è affermato che ci si vestiva per pudore, che gli abiti insieme agli ornamenti erano usati come simboli per i rituali magici, per sottolineare gli stati sociali ed economici.

Tutte queste informazioni servono per capire come la moda si sia evoluta, ma è poco per capire la complessità che essa rappresenta, infatti, la moda è uno dei caratteri fondamentali per studiare il comportamento sociale umano. Le origini di questo fenomeno risalgono all’epoca delle antiche civiltà dell’Egitto e della Mesopotamia.

Il Paleolitico

L’uomo però inizia intorno al paleolitico a volersi coprire e più precisamente nell’epoca in cui in Europa c’erano le grandi glaciazioni. In quell’epoca l’uomo cacciava gli animali e utilizzava le pelli per ripararsi e le carni degli animali uccisi per cibarsi. Le pelli però erano dure e secche, l’uomo non aveva gli utensili per renderle più morbide, così scoprì ben presto che, per raggiungere quest’intento, doveva masticarle a lungo e lentamente (le donne “inuit” lo hanno fatto fino i giorni nostri).

L’altro metodo che usavano era quello di inumidire le pelli per poi batterle con un martello di legno entrambi i modi però non davano buoni risultati. Gli uomini allora scoprirono che il grasso animale ammorbidiva la pelle. Avviene poi la scoperta della conciatura vegetale; questa tecnica è arrivata sino ai giorni nostri mantenendo invariate le basi di lavorazione.

I primi aghi con la cruna furono inventati circa quarantamila anni fa e si ricavavano dalle zanne dei mammut, da quelle dei trichechi e dalle ossa delle renne. Questi aghi, per l’epoca, erano incredibilmente piccoli, questo stava a significare che già allora l’uomo si impegnava nella creazione di abiti sempre più fini per renderli adattabili alle forme del corpo cucendo insieme vari brandelli di pelliccia. Si può dire che erano i primi abiti su misura.

Il passaggio che portò l’uomo dalle pelli ai tessuti è stato molto lungo. Le grandi civiltà che popolavano l’Asia occidentale: sumeri e assiro babilonesi (l’antica Mesopotamia, regione oggi chiamata Irak) usavano degli abiti drappeggiati (questa moda di confezione si estese anche in Egitto), ritenuti un segno di civiltà.

Questi abiti erano formati da grossi rettangoli di tessuto e si usavano avvolti più volte intorno al corpo creando così il drappeggio; gli abiti che seguivano la linea del corpo erano ritenuti primitivi, barbari e indecenti

I Sumeri e i Babilonesi

I primi sumeri, che presumibilmente provenivano dalle montagne dell’est della regione, usavano la lana delle loro greggi per tessere gli abiti, pur vivendo in un clima caldo e secco come quello della bassa Mesopotamia (tuttora i beduini del deserto del Sahara usano la lana che li ripara sia dal caldo del giorno sia dal gelo della notte).

Nei secoli successivi la Mesopotamia fu abitata dagli assiro babilonesi, questo popolo fu uno tra i più ricchi e progrediti dell’epoca. All’umanità essi hanno dato un contributo importante per lo sviluppo del progresso. I loro abiti hanno mantenuto molti particolari di quelli dei sumeri e sono quasi uguali sia per gli uomini sia per le donne. Consistevano in una tunica che arrivava fino ai piedi, in lino a maniche corte aderenti e decorate. Sopra la tunica portavano una stola che avvolgeva il corpo; nel corso del tempo questi abiti aumentano di colori e decorazioni, vengono ricamati usando figure geometriche e di colore rosso o blu.

Le classi sociali elevate portavano abiti a maniche lunghe e calzature chiuse e alte. I re e i sacerdoti avevano copricapo alti con l’intento di sembrare divinità. La legge, che in queste regioni obbliga le donne sposate a coprirsi in pubblico e che si è tramandata fino ad oggi, appartiene agli assiri e risale al 1200 a.c.

Nel quarto secolo a.c. i persiani occupano la Mesopotamia. Il popolo persiano era originario del Turkestan, un territorio freddo. Questa civiltà costituì una fusione d’usi e costumi di popoli orientali. Dopo l’occupazione della Mesopotamia sostituiscono i loro abiti in lana pesante grezza per adottare il costume del popolo conquistato, aggiungendo però al lino, tessuto tradizionale del posto, la seta, prezioso tessuto che possiedono grazie al commercio che hanno con la Cina.

I loro abiti, col passare del tempo, diventano più pomposi di quelli babilonesi, pur sempre mantenendo la stessa linea. L’abito era composto da una camicia di lino e una tunica stretta in vita da una cintura e aveva maniche molto grandi, avevano aggiunto all’abito dei pantaloni molto ampi, il re li portava di colore rosso. Le calzature dei persiani consistevano in babbucce di pelle conciata, sul capo portavano un berretto di feltro (copricapo simbolo di libertà usato dai rivoluzionari francesi due millenni dopo!).

Gli Egiziani

Presso gli antichi egizi (3500 a.c. 1500 a.c.), popolo di grande civiltà, il costume rimane pressoché uguale nel corso dei millenni; la staticità dell’abito egiziano fa pensare ad una struttura sociale molto rigida. Anche negli antichi egizi l’abito denota la posizione sociale degli individui.

Questi erano in lino leggero e trasparente, a volte con una pieghettatura che si otteneva piegando il tessuto a fisarmonica che poi inumidivano e lasciavano asciugare sotto pesanti pietre. Gli antichi egizi calzavano sandali che ricavavano dall’uso di foglie di papiro di palma oppure cuoio. Queste calzature le troviamo ancora oggi con la stessa forma e nome presso gli abitanti dell’odierno Egitto. Le differenti classi sociali si vestivano allo stesso modo, cambiavano solo i simboli e gli ornamenti. Col tempo aumentò l’uso di gioielli e tessuti colorati.

Gli antichi egiziani curavano molto l’igiene del corpo, sia le donne sia gli uomini; essi erano maestri della cosmesi, nelle tombe infatti, sono stati trovati pettini, specchi, contenitori per cosmetici, creme e rossetti. Ancora oggi nell’industria della cosmesi è usata la polvere d’antimonio. Essi si dipingevano le unghie e si profumavano il corpo con oli profumati. Con l’andare dei secoli, seguendo influenze straniere, anche gli antichi egizi cominciano ad usare la lana per l’abbigliamento comune, fibra la lana che fino ad allora era considerata impura perché di origine animale. Essa rimane comunque proibita per gli abiti funebri e i relativi paramenti, che sono d’obbligo in lino .

Gli Ebrei

Gli ebrei dell’antichità tessevano il lino, la canapa, il cotone e la lana; queste fibre venivano usate separatamente per via di una legge che proibiva di usare più fibre per una sola stoffa. Il costume tradizionale ebraico è molto austero ma anche gli ebrei vestivano con una tunica. Le persone di classe sociale elevata, indossavano una sopraveste decorata e aperta davanti fermata in vita con una corda; i ceti sociali elevati decoravano questa veste con della pelliccia (sembra che le donne ebree fossero molto brave in questo).

Durante l’occupazione straniera vengono adottati alcuni particolari dell’abbigliamento degli invasori tipo le stole e le frange dei babilonesi che le donne dell’epoca usano sopra le tuniche bianche con delle sopravesti colorate. Le donne ebree usano anche ciprie e gioielli; addirittura nelle sacre scritture vi sono degli ammonimenti rivolti ad esse sull’uso di tali ornamenti.

Nell’antica civiltà cretese (1750- 1400 a.c.) l’abbigliamento femminile era, per l’epoca, molto raffinato; si notava la ricercatezza. Le donne egee erano molto aggraziate, portavano spesso un cappello, il giro vita era molto stretto per ambedue i sessi e si presume che questo sia il risultato di cinture in metallo che venivano indossate sin da bambini, gli abiti erano tagliati bene e venivano cuciti con aghi di rame, di bronzo oppure d’oro.

Gli abiti femminili somigliavano moltissimo agli abiti del 700 in Europa, avevano infatti un corpino molto stretto in vita, e una gonna a balze e volants.

L’abito maschile invece era ancora molto primitivo, consisteva in un perizoma aderente con sopra un gonnellino sorretto da una cintura decorata in rilievo e anch’esso stringeva molto il giro vita; sia uomini che donne sembra usassero, per particolari occasioni, calzature dai tacchi alti.

I cretesi, a differenza di greci e romani, non usavano drappeggiare i loro abiti, li facevano su misura, infatti il costume cretese è molto all’avanguardia rispetto alle civiltà che si svilupperanno subito dopo.

Gli antichi greci erano una delle civiltà più raffinate, sorta dalle ceneri di quelle micenea e cretese, che furono distrutte da guerre per la loro occupazione da parte di popolazioni con usi e costumi ancora primitivi (1200 a.c.). Si ritorna ad indossare abiti molto semplici e grossolani, al posto delle graziose gonne a balze caratteristiche degli abiti cretesi.

Questo tipo di austerità e ritorno a una moda primitiva perdura sino all’epoca di Alessandro Magno. L’abito era composto da rettangoli di stoffa drappeggiati senza nessuna tecnica di taglio e cucito; è da notare che, per i greci, l’uso degli abiti doveva servire a valorizzare il corpo nudo non a nasconderlo.

Vale la pena notare che il costume e la moda sia nei tempi antichi che in quelli moderni, serve a comunicare esteriormente delle cose su chi li indossa, questo lo si vede molto bene nei costumi teatrali, dove, grazie ad essi, si accentua il carattere e l’umore dei vari personaggi.

Sembra che, in seguito, siano stati proprio i greci a concepire l’abito come manifestazione individuale di raffinatezza ed eleganza, essi amavano colori brillanti, infatti, a dispetto di quanto si è sempre creduto, si è scoperto recentemente che non era vero usassero solo il colore bianco, i ricchi avevano, a differenza delle classi sociali basse a cui non era concesso, la possibilità di scelta dei colori; il preferito era il rosso, colore peraltro usato solo dai sacerdoti, dai regnanti e solo dalle donne più nobili. Seguivano il viola e il verde. Nell’epoca classica gli abiti greci sono di linea molto essenziale e di colore prevalentemente bianco ed è pressoché scomparso qualsiasi tipo di ornamento usato in precedenza, al di fuori di un semplice motivo geometrico colorato. I colori brillanti tornano nel periodo ellenistico, dovuto anche al commercio con i persiani. Arrivano anche la seta e il cotone, e con essi i colori pastello e le tinte oro.

Tra il 1400 e il 900 a.c. molto prima che Roma diventasse potente, c’erano gli etruschi, civiltà misteriosa che arriva dall’Asia, il loro costume è un misto fra quello orientale, il greco e cretese miceneo, infatti gli etruschi vestivano abiti tagliati e cuciti, che seguivano la linea del corpo, l’abito femminile è lungo e aderente con maniche che arrivano al gomito ed ha un cappuccio, in alcuni casi è scollato sulla schiena, e viene portato senza cintura.

L’abito poteva essere anche in due pezzi, cioè una lunga gonna aderente oppure vaporosa, e sopra un bolero, tutte e due i capi erano molto ricamati e avevano disegni geometrici; i tessuti usati erano la lana e il cotone, le calzature consistevano in stivali alti che lasciavano le dita scoperte, ed erano chiusi da lacci. Il materiale era il feltro, usato anche per i cappelli. Il costume etrusco declina con l’impero romano il quale, impone il suo stile di vita.

Il costume romano mantiene nel corso della storia lo stesso stile (100 a.c. Al 476 d.c. Caduta dell’impero ). L’abito romano discendeva da quello greco ed etrusco, era di linea sobria e semplice; l’abbigliamento era protetto da leggi che lo regolavano, per impedire l’involgarirsi della loro moda di vestire.

I romani benestanti fabbricavano in casa il loro abbigliamento, avevano tutto il necessario per tessere e questo era praticamente l’unico passatempo delle donne, fossero esse schiave o matrone.

Inizialmente si usa lana di capra o pecora, poi arrivano dall’Egitto il lino e dall’india il cotone e la seta, tessuti considerati preziosi. La famosa toga era usata dai senatori, ai quali dava un aspetto molto solenne; invece nel periodo repubblicano era indossata anche dai cittadini.

Col tempo il bianco viene sostituito dai colori, gli ornamenti si impreziosiscono e si raffinano grazie alla moda importata dall’oriente.

Dall’Europa settentrionale, più precisamente dai barbari, arrivano le braghe; i romani ne vengono a conoscenza durante le battaglie e scoprono così quanto fossero comode. Siccome le braghe erano ritenute volgari si fecero delle leggi che ne proibivano l’uso, in ogni caso esse si diffusero in tutto l’impero e, ben presto, vengono apprezzate anche dalle classi sociali elevate, indossate sotto la tunica; addirittura l’imperatore le portava di colore rosso porpora.

Dall’oriente invece arrivano le maniche, che all’inizio vengono considerate male perché effeminate, a giudizio dei legislatori. Le donne romane vestivano abiti simili a quelli maschili: una tunica in lino, oppure in lana che portavano, se vergini, legata in vita, se sposate sotto il seno, in caso di gravidanza non usavano la cintura (da qui il termine “in cinta”).

Nel 313 d.c. Dopo che l’imperatore Costantino legalizza la fede cristiana, l’abbigliamento romano diventa ancora più austero e disadorno; sono aboliti anche colori e stoffe sgargianti, per lasciare il posto a colori scuri tipo il grigio. Alle giovani vengono fatte indossare al posto delle tuniche che arrivano alle ginocchia, tuniche lunghe fino ai piedi.

Intorno al 470 in Sicilia regnano i normanni che in parte adottano il costume bizantino, il quale consisteva in una semplice tunica bianca lunga con maniche lunghe e strette. Quest’abito denotava una linea rigida, quasi l’annullamento del corpo della persona, aveva però molte decorazioni per le donne di ceto sociale alto ad esempio pietre preziose. I tessuti dell’epoca bizantina sono preziosi e vari, molte delle loro fogge le troviamo nell’attuale abito ecclesiastico.

Importavano la seta dalla Cina infatti la leggenda dice che fu proprio l’imperatrice Teodora a mandare due monaci affinché le portassero dei bachi da seta, i primi in Europa. Il costume bizantino arriva al massimo splendore intorno al 530,540 d.c. Questa civiltà usa molto l’abbigliamento come simbolo di potere.

Il costume arabo, dapprima molto semplice e grezzo, al contatto con l’Europa diviene più raffinato. L’abito consiste in ampi pantaloni arricciati e legati alle caviglie, in tuniche larghe fermate in vita da una fascia, entrambi ricamati con sopra un caffetano, abito aperto davanti con ampie maniche senza collo e ricamato in oro e argento.

Un abito simile si vede già negli ebrei e, nel dodicesimo secolo, anche nei bizantini. Gli arabi, per via di una legge del corano in cui si dice di coprirsi il capo, portavano dei turbanti; le donne invece avevano il velo che copriva anche il viso (Chador), cosa che è d’obbligo tutt’ora.

Nel decimo secolo, con il periodo feudale, si nota come l’abbigliamento servisse proprio per distinguere il feudatario dai suoi vassalli e dalla plebe. Gli abiti erano ricchi di colori e portavano lo stemma della famiglia a cui apparteneva il feudo. In quest’epoca gli abiti dei vari strati sociali si differenziano molto, ed ogni ceto sociale ha leggi molto rigide riguardo l’abbigliamento, per non correre il rischio di essere confuso con un ceto sociale più basso.

L’abbigliamento è una specie di carta d’identità, denota lo strato sociale e la posizione economica della persona .

Nel 1139 in Sicilia, regna il normanno Ruggero secondo, questo sovrano lascia la libertà ai cittadini di abbigliarsi con tessuti e modelli anche di altre civiltà, anzi incoraggia il lavoro di manifatture ebree, greche e arabe. Sempre nel dodicesimo secolo Venezia ha un ruolo importante nello sviluppo della moda europea in quel periodo possedeva molte manifatture.

Anche nelle altre città italiane l’abbigliamento varia molto ed è anche più ricco. Prendono molta importanza i pantaloni per gli uomini, per le donne l’abito diviene sempre più aderente al corpo, si comincia a sfoggiare la pelliccia per sottolineare lo stato economico e sociale. La professione del sarto, diviene molto importante e diffusa. I contadini e i poveri vestono abiti molto semplici, fatti in lino o lana.

Nel 1130 l’abito femminile cambia linea, compare il busto aderente, la gonna invece ricade larga e morbida sui fianchi arrivando fino ai piedi. Le donne usavano fasciarsi il capo e il collo con bende che ne risaltava i lineamenti e la nobiltà. Questa usanza si diffonde anche nell’Europa settentrionale, questo sempre nelle donne di classe sociale alta; veniva data molta importanza alle cinture che erano decorate con pietre preziose e oro. Nel 1200 gli abiti dei ricchi erano molto preziosi, al punto che venivano usati per pagare i debiti e nominati sui testamenti. In questo periodo c’è una forte contraddizione, da una parte si crede che il corpo non meriti attenzione, però dall’altra c’è molto lusso, gioielli e ornamenti vari.

Nel 1300 il costume cambia, diventa più sciolto, l’uomo prende coscienza del corpo e si cerca di slanciare la figura, anche l’abito maschile cambia molto, soprattutto, comincia a diversificarsi. I giovani non vestono più come gli anziani, i quali continuano ad usare il tradizionale ampio cappotto chiamato gabbano ed un’ampia veste aperta sul davanti e sui lati, con maniche lunghe, sotto portano lunghe braghe e calze aderenti. I giovani uomini vestono con abiti che mettono in evidenza la linea del corpo e sono molto colorati; usano lunghe calze solate, e una gonnella con maniche.

Gli abiti erano talmente stretti, che i sarti dovevano perfezionarsi a tal punto da riuscire a nascondere i difetti fisici usando imbottiture e fieno. Si comincia ad indossare della biancheria intima.

I guanti vengono usati per mostrare autorità.

All’epoca esistevano bottoni molto preziosi fatti in oro e ambra, ed erano censurati e criticati, perché permettevano di spogliarsi con facilità.

All’abito femminile gli si alza il giro vita, per slanciare la figura, le maniche sono aderenti e si usano molto i lacci e le asole per l’assemblaggio degli abiti; questo permette alle donne di stringere o allargare l’abito a seconda del bisogno.

L’abito per molti era un bene prezioso, e spesso era per tutta la vita. In città le donne usavano scarpe in seta ricamate, con la punta molto lunga e sono ornate da pietre preziose e perle. Queste scarpe sono talmente preziose, che la solita legge suntuaria, decise di vietare i modelli più preziosi e costosi.

Nel 1400, periodo rinascimentale, l’uomo ha più coscienza di se e del mondo che lo circonda, è curioso, vuole osservare i fenomeni naturali, studia l’anatomia e scopre la prospettiva.

Leonardo studia il corpo umano per capire come dare vita ai suoi dipinti; studia e calcola come fare a rendere il più realistico possibile il movimento e il volume dei drappeggi. La presa di coscienza di sé lo si vede anche nel costume il quale diviene più spontaneo, più morbido e gentile, nelle linee e nelle forme, sia per l’abito femminile che per quello maschile, tanto che le persone più anziane criticavano i giovani giudicandoli effeminati.

I giovani si curavano molto anche il corpo facendo spesso il bagno, si profumavano il volto e lo rasavano accuratamente e usavano molto i gioielli.

Sia nell’abito femminile che maschile si usavano sempre di più le maniche staccabili, che in quest’epoca erano molto ampie per cui servivano molti metri di tessuto. Anche in questo caso si interviene con una legge che ne limita la quantità. La tipologia dei capi d’abbigliamento rimane uguale a quella del quattordicesimo secolo: quindi le calze-braghe sopra un giubbetto corto in vita con maniche che sono larghe e si stringono da sotto il gomito fino al polso. Si usano molto i guanti, invece la cintura perde la sua importanza.

Nell’Europa settentrionale si usano molto le calzature, soprattutto quelle con la punta allungata, in Italia invece si usavano le calze solate, altro non erano che delle calze lunghe con la suola rinforzata. L’abbigliamento femminile, rispetto al secolo prima, rivaluta il corpo femminile con abiti sempre più complessi; si usa molto mettere maniche di un colore diverso rispetto all’abito, adoperando tessuti pregiati, queste maniche sono ricamate e possono avere anche applicazioni in pelliccia.

L’abito è molto scollato, le scollature e gli orli sono rifiniti con frange e bordi fantasiosi e si cominciano a vedere i primi merletti, la gonna è completata da uno strascico. Il viso non è più pallido come in precedenza ma, ha pelle splendente aiutata da un trucco semplice e molto femminile. Le popolane hanno abiti simili, però di colore nero e senza rifiniture con merletti o altro. Le donne in Italia preferivano ai cappelli delle acconciature semplici ma raffinate, i gioielli sono meno vistosi del secolo precedente.

Nel 500 il costume italiano si diffonde in tutta Europa per raffinatezza ed eleganza, così come il bon ton. È il periodo in cui il rinascimento si esprime al meglio.

Questo è un secolo contraddittorio, da una parte ci sono scoperte importanti, sia geograficamente che scientificamente, vi è dignità per tutto quello che è terreno e si è lasciato alle spalle il “misticismo”.

L’altra faccia di questo secolo sono le guerre di religione.

In Spagna vi è l’inquisizione. La peste e le carestie decimavano e affamavano le popolazioni europee. La moda italiana, prima tanto apprezzata in tutta Europa, ora andava decadendo e perdendo la sua originalità, al suo posto arrivano i modelli spagnoli di linea rigida;

il nero è il colore che prevale. Nella seconda metà del secolo il costume maschile in Europa rimane ispirato a quello spagnolo; quello italiano invece prende spunto dagli stravaganti abiti dei mercenari di origine germanica e svizzera chiamati “ lanzichenecchi “; costoro usarono gli abiti saccheggiati alla popolazione, compresi quelli femminili e sacerdotali, strappandoli e assemblando parti di un abito con parti di un altro, usando maniche diverse l’una dall’altra e tessuti differenti.

In questo secolo la camicia prende grande importanza, se ne confezionano di molto preziose, hanno ricami in oro, fitte arricciature e volants.

Si rinnovano anche le braghe copiando il modello spagnolo chiamato “braghesse “ che coprono dalla metà coscia in su, dai fianchi molto imbottiti, anche la zona del pube era imbottita in modo esagerato; quest’imbottitura era usata dai “lanzichenecchi” come protezione durante la guerra.

In tempo di pace invece nonostante i moralisti e i religiosi, erano usate dai gentiluomini, ed erano considerate un simbolo di virilità e potere.

Alla fine del secolo, le “calzabraghe”, scompaiono per lasciare il posto a delle calze fatte in maglia che arrivano sopra il ginocchio e sono fermate da giarrettiere.

La spada era divenuta parte dell’abito, tanto che si era studiato un modo per danzare con essa senza essere intralciati.

La gran modifica nel costume femminile, in questo secolo, è la separazione fra la parte superiore dell’abito da quella inferiore.

Il corpetto è imbottito, ha delle stecche che possono essere d’avorio, di legno o di ferro, in modo tale da sostenere e rendere evidente il seno, cosa che mai come in questo periodo si era fatto.

Si usano tessuti pesanti come i broccati, i damascati e i velluti. Le maniche degli abiti si allargano a dismisura e le gonne di conseguenza; per sostenere queste ultime venivano usate come sottogonne, delle armature fatte a cerchi di bambù oppure venivano imbottite di bambagia.

Non vi è più lo strascico, i colori che si usano sono: il rosso sangue, il verde bosco, il giallo oro e il blu.

Caterina De’ Medici è stata molto importante per la diffusione della moda italiana in Francia, Lucrezia Borgia invece ha messo in voga dei calzoni detti “alla galeotta “ che si portavano sotto la gonna.

Le calze divengono sempre più elastiche e aderenti, sono fatte in maglia possono essere ricamate e colorate, queste sono portate anche in vista. Le scarpe sono molto lussuose e pregiate, sia nei materiali sia negli ornamenti; si usano con la punta larga e a tacchi alti (fino a sessanta centimetri). I lacci che si usano per sostenere le calze sono anch’ essi ornati con pizzi.

Si usano molto i guanti, le cinture divengono delle opere d’arte, alcune addirittura sono fatte dallo scultore Benvenuto Cellini;

altri accessori in voga erano i ventagli e i fazzoletti ricamati.

Le acconciature femminili rimangono semplici ma raffinate, a differenza del resto dell’Europa settentrionale che le vuole ampie e alte. La cosa che accomuna le varie mode europee è solo una rasatura all’attaccatura dei capelli che serviva per rendere la fronte più alta.

In Italia il costume è basato sulla libertà sia di colore sia di modello, perché è considerato un’espressione di personalità, cosa che in Spagna non era condivisa poiché consideravano l’abito solo come comunicazione del proprio stato sociale. Il loro costume infatti era molto austero, si trattava di vere e proprie corazze che impedivano il libero movimento del corpo.

Gli abiti, sia maschili sia femminili, coprivano completamente il corpo lasciando libera solo la testa, i busti degli abiti femminili all’interno avevano una fodera di cartone e stecche in metallo per renderli così molto rigidi. Avevano “gorgiere” in tulle che raggiungevano i trenta centimetri di circonferenza e che davano l’impressione di staccare quasi la testa dal corpo, veri e propri strumenti di tortura. Il colore è spesso il nero.

Il seicento è caratterizzato dall’arte barocca molto ricca di decorazioni stravaganti; il costume diventa molto curvilineo, vi è molta libertà sia del corpo che nelle forme degli abiti.

La Francia è la prima ad adottare questo stile. Parigi diventa la capitale d’Europa della moda. Il costume maschile cambia molto diventando molto simile alla moda dei giorni nostri.

Con la salita al trono di Luigi Quattordicesimo, detto “ re sole “, l’abito diventa, oltre che a porre l’accento sullo stato sociale, una vera e propria espressione di sé. I nobili per essere accettati a corte, dovevano essere attivamente partecipi dell’evoluzione della moda in tutta la sua totalità. Questo periodo è caratterizzato dal lusso oltre misura, dall’amoralità, dalla teatralità del costume dei nobili francesi, i quali, pur di essere accolti a corte, avevano perso dei patrimoni.

Alla morte del “ Re Sole “, il costume cambia molto lasciando il posto a linee più aggraziate e raffinate.

Qui comincia il periodo del “rococò” a metà del secolo, i calzoni assumono la forma degli attuali pantaloni e ne prendono il nome (sia il nome sia la forma derivano dalla maschera della commedia veneziana, detta appunto pantalone), il davantino della camicia si arricchisce di pizzi e si diffonde l’uso della veste da camera con tessuti preziosi che, al loro interno, hanno pelo di gatto.

Queste vesti da camera sono, a volte, ricamate in oro e con moltissimi bottoni. Arriva a corte la moda della gonna pantalone, larghissima fino al ginocchio ed è rifinita con frange e pizzi.

Si esagera talmente nel lusso, che viene fatta una legge in cui si vieta l’uso di decorazioni preziose.

La giacca maschile dell’epoca deriva dall’evoluzione di una giacca detta “redingotte” lunga sino alle ginocchia, indossata dai militari francesi; quest’innovazione è molto importante nel campo della moda.

Sia uomini che donne in questo secolo usano molto portare le parrucche che sono di dimensioni esagerate, arrivano ad essere più alte di quindici centimetri, sono molto ingombranti e hanno riccioli che ricadono lunghi sulle spalle.

In Italia vi sono leggi che ne vietano l’uso, ma senza risultato, infatti, le parrucche erano portate ugualmente; n’esistevano di vari colori: nere, bianco cenere e fulve.

L’abbigliamento femminile, nel corso del seicento, si modifica; le spalle si scoprono, una parte di capelli si lascia cadere sulle spalle, si alza il punto vita e le maniche arrivano sino al gomito.

A Venezia è in voga la moda di stile orientale. L’abito si modifica ancora, i fianchi della gonna sono snelliti e la gonna gonfiata invece sul retro; il davanti è aperto lasciando intravedere le sottogonne, di cui una di solito è bianca e ricamata, la seconda è sovrapposta semplicemente invece la terza è quella che fa l’abito. L’innovazione dell’abito dal corpino staccabile, dà la possibilità alle cortigiane d’avere abiti intercambiabili sempre diversi. Si usano molto l’ombrellino parasole, il manicotto, i guanti e i ventagli. Sia uomini che donne usano il trucco, i profumi e gli unguenti; la bocca si trucca in modo tale da renderla più piccola, al contrario le ciglia si rendono più voluminose, le sopracciglia sono strappate completamente per poi ridisegnarle, il viso e le mani invece, sono cosparsi di polvere di riso per renderli più bianchi.

Sono molto di moda i nei, che sono incollati sulla parte superiore del corpo, compreso il viso, questi nei secondo la loro posizione, comunicavano un messaggio, ad esempio: se messi agli angoli della bocca significavano tirabaci, invece sulle tempie significavano appassionato, e così via.

Nel settecento il barocco, lascia definitivamente il posto al rococò, ed è Parigi che continua ad essere la capitale che determina la moda in Europa; i sarti francesi, infatti, sono i più ricercati e pagati, tanto che in Italia molti si spacciano per francesi, oppure spacciano la loro merce per francese. L’unica città italiana ad avere uno stile suo è Venezia, con i tessuti in seta e i ricami. In questo secolo è di moda la cineseria. Il costume, in generale, diviene più sobrio. L’Italia e la Francia sembra che facciano a gara per guadagnarsi il titolo di paese dell’eleganza.

In questo secolo non basta più essere ricchi o facenti parte di una nobile famiglia per essere ben accetti nei salotti più in vista, ma occorre anche la cultura, saper conversare con un interessante argomento e con senso dell’umorismo.

L’abito maschile diviene molto meno vistoso rispetto al passato, rimanendo sempre molto elegante, la giacca in voga è il modello “redingotte” (questo termine deriva dall’inglese “ridingcoat” che significa, giacca per cavalcare) e che arriva a metà polpaccio. A fine secolo a questa “redingotte”sono messe delle stecche di balena per fare in modo di gonfiare il petto, invece la parte inferiore della giacca è imbottita, tutto questo per adeguarsi al costume femminile che torna a gonfiarsi molto. I colori che si usano per gli abiti maschili sono: l’oro, il verde e il color tabacco.

Nel corso di questo secolo è inventato il telaio meccanico; questo ha permesso la facilitazione del lavoro dei sarti, abbassando così i costi dei capi ricamati. I pantaloni sono quasi aderenti e arrivano sotto al ginocchio, dove sono fissati da bottoni. Le parrucche si riducono di dimensioni rispetto al secolo precedente.

I gentiluomini di questo secolo hanno una cura maniacale del proprio corpo, tanto da possedere un set per il trucco e molti accessori, anche preziosi, tipo bottoni di gemme, bastoni da passeggio con pomo in oro, insomma portavano sempre con sé, tra pendagli e accessori, almeno una trentina di pezzi, come richiedeva la moda.

In Inghilterra gli stessi capi d’abbigliamento hanno una linea più semplice, non hanno tutti i pizzi e i fronzoli di quelli francesi, rappresentano così un’avanguardia.

Con l’andare del tempo, le linee si ammorbidiscono diventando leggere e slanciate; il busto è sottile, la gonna ricade morbida sino a terra; anche le acconciature divengono più sobrie e minute. Da metà secolo in poi l’abito femminile inizia un’altra trasformazione, perdendo così la sua grazia e diventando molto artificioso, la gonna è rimboccata sui fianchi, lasciando intravedere la sottogonna, il busto si fa sempre più stretto, la gonna si gonfia di nuovo ed è sostenuta da una gabbia fatta di cerchi e fermata in vita da nastri; sui fianchi si gonfia, mentre davanti e dietro si appiattisce. Il trucco è molto pesante, si usa una specie di cerone, con cui le nobili donne cospargono il volto. Sembra che questo si usasse per nascondere le cicatrici che il vaiolo aveva lasciato. Si usano molto i cappelli con piume di struzzo, le calze sono bianche e fatte ad uncinetto, come gioielli sono di moda dei cordoncini neri con un pendente da portare al collo; il ventaglio, in questo secolo, è l’accessorio fondamentale per le dame, ve ne sono di molto preziosi, addirittura alcune dame fanno dipingere sopra il proprio ritratto.

In questo secolo Venezia è ancora la città più ricca d’ Italia e la più raffinata ed è anche l’unica ad avere uno stile proprio mentre nel resto d’Europa vige la moda francese.

In quell’epoca il carnevale a Venezia durava sei mesi, durante i quali i nobili veneziani e non solo loro, infatti, un terzo della popolazione che viveva in città era straniera, questa partecipava alle numerose feste mascherate; queste maschere erano usate non solo durante il carnevale, ma spesso per nascondere la propria identità.

E’ dalla marchesa di Pompadour in Francia che nasce la moda delle cineserie, gli artigiani veneziani dell’epoca si adoperano subito per la realizzazione di stoffe, sia per l’abbigliamento sia per l’arredo.

La regina Maria Antonietta è stata l’artefice di una moda bizzarra, compresa quella delle parrucche che erano enormi e prendevano il nome di “pouf au sentiment” che significa sgabello dei sentimenti infatti, sopra di esse, venivano sfoggiati gli oggetti del proprio amore, quindi chi amava la propria famiglia vi poneva i ritratti dei propri famigliari, chi amava la patria poneva dei soldatini, chi invece amava la natura vi poneva fiori, piume e animaletti.

L’avvento della rivoluzione francese porta al mondo della moda un radicale cambiamento. In questo periodo, aggirarsi per le strade con indosso abiti o parrucche da nobili voleva dire rischiare la vita.

Il popolo vestiva in modo molto semplice e, durante la rivoluzione, sia uomini sia donne portavano un berretto chiamato “frigio” come simbolo di libertà.

Con l’arrivo del telaio meccanico e di una tecnica di stampa per i tessuti, gli abiti divengono economicamente più accessibili anche per le classi sociali inferiori.

Il colore blu, il bianco e il rosso ora si vedono su tutti i tessuti, sia dell’abbigliamento sia d’arredo, manca però uno stile, tanto che gli artisti Jacques Louis David e Antoine Jean Gross, tentano di creare un abito apposito per i rivoluzionari con scarsi risultati.

Lo stato della moda in questo periodo è confuso, conflittuale, rispecchia proprio lo stato rivoluzionario in cui si trova il paese. Con la fine della rivoluzione la vita riprende, si ricomincia ad uscire e a divertirsi. Ci sono adesso nuovi ideali di libertà compresa quella del corpo, infatti, è eliminato il busto dall’abito femminile, indumento alquanto incomodo e costrittivo.

L’abito femminile di fine settecento e inizio ottocento, consiste in una tunica dal modello ispirato a quello degli antichi greci, liberando così il corpo femminile e dando la possibilità di ammirarlo nella sua naturalezza.

I tessuti sono leggeri: cotone, garza e mussola; il punto vita si è alzato fin sotto il seno, (sembra che questa moda l’abbia lanciata la duchessa di York, nobildonna inglese, la quale durante la gravidanza, aveva rialzato il giro vita per evitare compressione sul ventre, infatti, in passato non si poteva mostrare lo stato di gravidanza).

Gli abiti sono molto scollati e sotto la tunica, le dame non indossavano nulla poiché erano addirittura considerati scandalosi i lunghi mutandoni che alcune persone indossavano.

I controrivoluzionari vestivano di nero in segno di lutto, gli altri invece sfoggiavano giacche “redingotte” e pantaloni lunghi dai colori accesi.

Nell’ottocento in Francia ritorna l’amore per il lusso, tornano le pellicce, i tessuti preziosi, i gioielli, tornano alla ribalta i velluti, le sete che la Francia produce da sé, per dare lavoro alle fabbriche locali (che si trovavano soprattutto a Lione). Ritornano anche gli ornamenti, sia per gli abiti sia per i capelli, insomma ritorna tutto quello che la rivoluzione aveva travolto e che ora ritorna in forma più sobria.

Sull’onda del neoclassicismo l’abito maschile diviene sempre più semplice. Esso consiste in una giacca che poteva essere uno “spencer” oppure una “redingotte” e un gilet mentre, i pantaloni erano lunghi. L’abito delle donne, da trasparente che era, torna ad essere molto coprente e tornerà anche il corsetto. La moda, d’ora in poi, non sarà più dettata dai pochi nobili ricchi e potenti ma ci sarà spazio per la scelta di molti. Milioni sono ora i borghesi che si vestono secondo il proprio gusto.

Nell’ottocento prende grande importanza la divisa militare, questo stile si riflette sull’abbigliamento maschile dei civili, ne inculca i principi di dignità, oltre alla praticità di questo genere d’abiti.

La moda, in generale, guarda al passato per prenderne spunti; tornano le maniche a palloncino, le gonne molto ampie che si usavano nel rinascimento e tutto quello che appartiene al passato è considerato migliore.

Questo è un periodo d’inquietudine, di tristezza, pare che tutto e tutti vogliano fuggire il presente, in pieno clima di romanticismo anche il suicidio diviene un ideale.

La donna, che subito dopo la rivoluzione francese aveva assaporato la libertà sia nel costume sia nello stile di vita, ora torna ad essere costretta nel bustino e negli schemi che detta la moda, sia nell’abito sia nell’arredamento (come sempre tutto è collegato).

Molte donne cominciano a possedere la macchina da cucire e quindi realizzano da sé i propri abiti. Sino ad ora il modificarsi della moda era stato molto lento, ma d’ora in poi, prenderà ritmi veloci. L’abito maschile dall’ottocento in poi rimane pressoché invariato cioè: pantaloni, gilet e giacca questa semplificazione si deve all’Inghilterra considerata la nazione europea della raffinatezza maschile. Questa semplificazione era nata anche per le esigenze che l’uomo aveva in questo periodo, infatti, l’occupazione centrale dell’uomo non era più di partecipare a feste o frequentare salotti alla moda, ma andare in ufficio, oppure svolgere la propria attività artigianale, quindi l’abito innanzi tutto doveva essere comodo.

Il costume maschile ora segue la linea naturale del corpo, l’uomo borghese lascia alla propria consorte il compito di sfoggiare abiti che ne indicano lo stato economico.

L’uomo borghese per distinguersi dalle classi sociali inferiori, usa per i propri abiti dei materiali d’altissima qualità e ha un taglio di capelli perfetto, cura molto l’igiene del proprio corpo e naturalmente il “bon ton”. La società non era più divisa solo in due ben distinte classi: in altre parole la nobiltà e il popolo povero, ma era nata questa classe sociale intermedia, “ la borghesia “, per l’uomo nasce il bisogno di distinguersi dalla massa, così si verifica il fenomeno del “dandismo”.

In pratica si tratta d’uomini borghesi senza titoli nobiliari che però si atteggiano tali. Si può affermare che il capostipite di questo fenomeno è George Bryan Brummel, figlio di un segretario di nobili che disse: “la vera eleganza sta nel passare inosservato”. Tutti gli inglesi ricchi, compreso il principe di Galles, ne copiano lo stile, sia negli abiti, sia nel portamento di raffinata eleganza, di atteggiamenti molte volte considerati segno di vanità e persino omosessualità.

L’inserimento del metro a nastro da sarto, ha permesso di creare modelli sempre più precisi e accurati.

Nel corso di questo secolo verranno di moda gli stivaletti e il paletot, ampio cappotto che un tempo usavano solo i popolani. Nasce l’impermeabile, vanno di moda barba e baffi rigorosamente impomatati e pettinati come del resto lo sono i capelli. I canoni di bellezza della donna di quest’epoca, la volevano esile, con il colorito pallidissimo, accentuato con polvere di riso; il giro vita era quasi inesistente.

Pensate che le bambine di otto o nove anni, perché crescessero con il fisico dettato dai canoni richiesti dalla moda vigente, erano sottoposte a vere e proprie torture, ad esempio, per avere il famoso “vitino da vespa”, le madri facevano sdraiare sul pavimento le loro figlie e tenendo un piede pressato sulla spina dorsale stringevano sino all’inverosimile i lacci del busto, limitando alcuni movimenti e impedendone altri, tutto ciò ovviamente, provocava gravi danni al fisico, come problemi respiratori, danni irreversibili agli organi interni e difficoltà nella procreazione.

Le ragazze pur di seguire questa moda, digiunavano e usavano sostanze per dimagrire diventando anoressiche. Tutto ciò perché la visione che la società voleva della donna era quella di una creatura fragile, debole, dipendente e bisognosa di protezione.

L’uomo ricco vuole la propria moglie nullafacente, per dimostrare il proprio successo e ricchezza. La moda suggeriva di vivere in una villa di campagna.

L’educazione molto rigida che vieta qualsiasi tipo d’espressione del desiderio alle donne di quest’epoca, ha dato luogo ad una sensibilità estrema nel mondo femminile, infatti, alcune donne soffrono d’isterismo spesso dovuto ad una forma di sotto nutrizione, aggiunto all’uso comune d’abiti leggeri e molto scollati (spesso muoiono di tubercolosi).

Il corpo femminile si può affermare che è imprigionato e nascosto da una sottogonna in crinolina, materiale molto rigido (esse avevano bisogno di un aiuto per potersi vestire), tutto questo doveva servire per nascondere la presenza delle gambe ritenute scandalose, addirittura alcuni scrittori, prima di nominarle, si scusavano.

La donna era considerata rispettabile quando si dimostrava altera ed inespugnabile, in tutto questo però vi è una forte contraddizione: da una parte la società vuole la donna inespugnabile, dall’altra vi è un espandersi della prostituzione femminile.

C’erano inoltre le donne venute dalla campagna, molto povere e ignoranti che venivano utilizzate come manodopera nelle industrie, facendole lavorare in luoghi bui e malsani per molte ore al giorno.

Nel 1857 a Parigi apre un laboratorio di sartoria, il cui titolare si chiama Charles Frederick Worth, il primo stilista della storia. A differenza delle altre sartorie dove il disegnatore andava in casa delle nobili signore per assecondare i loro capricci e lavorava su ordinazione, Worth invece sceglieva la dama a cui avrebbe creato un abito, decidendo egli stesso il modello e lo firmava, proprio come un’opera d’arte, inoltre nella sua sartoria vi sono abiti già confezionati.

Worth, affermava: “il padrone della moda è il sarto e non chi acquista e indossa l’abito”. Worth inventa le stagioni della moda cioè: estate e inverno; gli abiti ora non sono più su misura dettati unicamente dai gusti della cliente, ma è il sarto che decide cosa dovrà piacere. Nascono le prime indossatrici che all’epoca si chiamano “ragazze sosia “ questa definizione fa notare come l’identità delle ragazze non sia considerata, ma l’attenzione deve essere centrata sull’abito, il loro corpo quindi è uno strumento.

Grazie a Worth, nasce la “ Haute Couture “ in pratica la creazione e realizzazione d’abiti d’alta moda ben distinti dalla comune sartoria, ovviamente questo era accessibile a pochissime donne, quelle molto ricche, tra queste ad esempio, l’imperatrice Eugenia moglie di Napoleone Terzo.

Worth nasce in Inghilterra, all’età di dodici anni lavora come commesso in un reparto di stoffe, nel 1845 parte per Parigi, la capitale della moda, dapprima apre un reparto di sartoria in un grande magazzino e infine nel 1857 apre il suo laboratorio sartoriale, che durerà sino al 1953 fin quando è acquisito da Paquin.

Nella seconda metà dell’800, prende piede la moda di praticare sport, sia per gli uomini sia per le donne. Anche in questo caso vi era uno sfoggiare di abiti che dovevano essere pratici, alla fine altro non erano che imitazioni degli abiti da lavoro, tipo quelli che usavano i pescatori ma ovviamente, con le dovute modifiche affinché non rimanesse traccia dell’abito umile cui erano ispirati. Questi abiti erano di taglio raffinato e avevano colori particolari.

Da notare che la moda, da sempre, ha preso ispirazione dagli indumenti sportivi, infatti questo tipo d’abiti nel corso del tempo, fu utilizzato come abbigliamento informale da indossare per passeggiare oppure per delle colazioni. A questi abiti erano applicati stemmi e ricami, i quali dicevano a quale circolo esclusivo si apparteneva. Per andare in barca i signori dell’alta borghesia indossavano giacconi da marinaio. Questo diffondersi della moda sportiva per gli uomini diventa un modo per esprimere la propria vanità, cosa un tempo proibita dai canoni che la moda imponeva.

Per le donne invece è una vera e propria liberazione, oltre che apportare un beneficio salutare al fisico, esse possono evitare di indossare lo scomodissimo busto, al suo posto invece indossare appunto abiti molto comodi.

Nascono i primi costumi da bagno che consistono in una tunica che arriva al ginocchio, ha un colletto stile marinaro e sotto, dei calzoni che s’infilano in stivaletti elastici; sul capo vi è una cuffia come protezione per i capelli.

A fine secolo, la moda maschile rimane pressoché uguale, l’abito usato nelle cerimonie è il “frac”, mentre l’abito da giorno è la giacca “redingotte “.

In Inghilterra è d’uso anche una giacca particolare che si usa per giocare al biliardo oppure per andare al club e per le sale da fumo infatti, col tempo questo capo prenderà il nome di “smoking”.

Si usa molto il cilindro come cappello ma subentra un nuovo modello chiamato “lobbia”, ed è in feltro che ha un’infossatura profonda nel senso della lunghezza.

Il nome di questo modello sembra che derivi da un deputato italiano che, nel 1867, è processato per avere simulato un’aggressione ai propri danni, appunto il suo copricapo aveva subito questo tipo d’ammaccatura; un cappellaio ne prese ispirazione, il deputato si chiamava Cristiano Lobbia.

L’abito femminile di fine 800 diviene meno ingombrante, infatti la sottogonna in crinolina va scomparendo, gli abiti prendono una silhouette che slancia la figura femminile, il busto rimane ma è modificato in un primo tempo, poi è allungato sino alle cosce per ottenere la linea snella che la moda richiede; successivamente lascia libero il seno, quindi rimane solo sui fianchi.

La borghesia, in quest’epoca, è arrivata ad ottenere uno stato d’agiatezza economica da permetterle d’avere più abiti per le diverse occasioni; vi erano abiti da giorno in seta pesante, oppure in panno, il velluto si usava per gli abiti da viaggio, gli abiti da villeggiatura erano in cotone bianco oppure a pois e, sul capo, usavano le “pagliette”.

Nasce il tailleur, chiamato anche abito alla mascolina, questo capo è nato in Inghilterra, il taglio è realizzato da un sarto per uomo denominato appunto Tailleur.

Questo capo era composto da una giacca dalla linea severa e una gonna semplice ed era accessoriato con elementi maschili tipo: il gilet oppure la cravatta, il cappello era fondamentale per uscire di casa.

I soprabiti per i viaggi erano preferibili comodi e caldi, invece per le serate erano eleganti; anche la biancheria intima si modifica le mutande ad esempio si accorciano sin sopra il ginocchio e non hanno più le increspature nel giro vita che rovinano la linea dell’abito.

Arrivano le calze nere prese a modello dalle ballerine del “can-can”;

le scarpe, che avevano perso la loro importanza perché nascoste dalle lunghe gonne, ora ritornano all’attenzione, hanno tacchi alti, si usano molto gli stivaletti e le scarpe impermeabili.

La cura e l’igiene per il proprio corpo aumenta, la moda afferma che le dame debbano avere la carnagione bianchissima per questo si usano dei preparati proprio per evitare che la pelle prenda colore;

le dame “perbene “ non devono usare ombretti e belletti che invece sono usati dalle attrici e dalle prostitute.

Nel 1851 un’americana: Amelia Bloomer innalza un grido di protesta verso tutte queste regole a cui le donne devono sottostare indossando una tunica lunga alle ginocchia e ampia , sotto di questa, un paio di pantaloni invitando le altre donne ad unirsi a lei liberandosi di quegli abiti che impediscono i movimenti e in pratica nascondono il corpo.

Ovviamente la società di allora reagì a quest’episodio deridendo e accusando la Bloomer di sconvolgere le basi della società, il tentativo della donna quindi non ebbe successo.

Amelia Bloomer è stata la prima ad attivarsi per i diritti delle donne.

Anche i medici iniziarono ad essere contro il busto perché dannoso per la salute.

Le donne iniziano a lavorare in campi sino ad ora appartenuti agli uomini, manifestando per i propri diritti.

Gli artisti tentano di disegnare abiti che rendano libero il corpo femminile, però questo continua a rimanere sotto strati di tessuti.

La donna comincia ora ad avere un minimo di vita sociale, ad essere autonoma però il busto permane ancora.

La Bloomer affermava che l’emancipazione della donna doveva iniziare proprio attraverso l’abito, in ogni caso la moda si evolve e progredisce da sé, non si può programmare.

Il novecento è riconosciuto come il secolo della moda, i cambiamenti sono rapidi, la moda diviene sempre più individualista tralasciando lo stile tradizionale.

Abbiamo visto che i primi a vestirsi “alla moda” (in pratica avevano scelto da sé come vestirsi), sono stati i nobili francesi del seicento, i quali non vollero adottare i costumi della corte spagnola perché ritenuti rigidi, severi, austeri e in quell’epoca, erano imposti in tutta Europa.

E’ da ricordare che costume e moda hanno due significati diversi, il primo è duraturo nel tempo, tipo le divise che servono per lavorare oppure le divise militari, tutti abiti che denotano comportamenti e atteggiamenti abitudinari; con il termine moda s’indica appunto il variare che avviene periodicamente nell’abbigliamento.

Il costume ha la funzione di comunicare il proprio stato sociale: le divise da lavoro, a seconda del colore e del modello, segnalano il grado d’anzianità e di mansione di chi le indossa.

Non dimentichiamoci inoltre del “ senso del pudore “ che cambia a seconda delle regioni e delle culture e interessa varie parti del corpo.

Ad esempio, le donne musulmane devono coprirsi il volto, le donne occidentali del diciannovesimo secolo dovevano assolutamente nascondere le caviglie, mentre il seno era evidenziato dal corsetto e da profondissime scollature.

Pare che il “senso del pudore” sia nato con la percezione dell’uomo di sé, del proprio corpo nel mondo, per cui ha cominciato a vergognarsi della propria nudità da cui nasce l’esigenza di coprirsi.

Ad ogni modo vi è da affermare che nel momento in cui si nasconde la nudità automaticamente la si mette in evidenza.

Secondo lo psicologo Fugel l’abbigliamento è nato come ornamento per attirare l’attenzione a livello sessuale e solo in un secondo tempo arriva l’esigenza di nascondere la propria nudità, questo si vede tuttora in alcune popolazioni di indigeni i quali usano tatuarsi il corpo, soprattutto in circostanze come il matrimonio e la pubertà.

Nell’abbigliamento vi erano alcuni capi che facevano notare le zone sessuali, nel cinquecento c’era la “braghetta “ che faceva notare le zone sessuali dell’uomo a cui erano aggiunti dei nastri colorati proprio per accentuare ulteriormente la zona.

Gli psicanalisti sostengono che la cravatta sia l’accessorio moderno che più rappresenta il fallo.

Gli antichi guerrieri usavano decorarsi con le corna e le ossa degli animali che uccidevano, questo per mostrare agli altri quanto erano forti e valorosi.

Alcuni ornamenti servivano anche per spaventare il nemico in battaglia, le uniformi degli ussari sembra fossero una stilizzazione di costole che stavano a rappresentare la morte.

Secondo il sociologo americano Thornstein Veblen, la moda è l’ostentazione del proprio stato economico infatti gli abiti eleganti sono fatti in modo tale da non poter essere usati per lavorare, quindi il messaggio è: “ non ho la necessità di guadagnarmi da vivere “.

Le donne che indossano abiti dalla linea molto femminile hanno limitazioni nei movimenti e anche nell’abito elegante maschile se guardiamo vi sono impedimenti: la camicia bianca e inamidata e le scarpe sono di vernice.

Gli studiosi affermano che l’incessante cambiamento della moda sia dovuto principalmente all’intento delle classi inferiori di imitare quelle superiori, quando queste raggiungevano tale scopo ecco che nasceva l’esigenza, da parte delle classi sociali alte, di cambiare.

Nell’antichità esistevano le leggi “suntuarie”, leggi nate con principi di giustizia infatti erano imposte a tutta la popolazione e servivano a moderare lo sfrenato lusso, con l’andare del tempo però i nobili fecero in modo di usarle per proteggere i propri desideri vale a dire, togliere qualsiasi possibilità di competizione da parte delle classi inferiori.

Gran parte della borghesia si era arricchita grazie al commercio e all’artigianato quindi era economicamente in grado di competere con la nobiltà. Al decadere di queste leggi i nobili, per differenziarsi, hanno elaborato il galateo e la raffinatezza sottolineando il fatto che non bastava l’abito per appartenere ad una classe sociale alta.

La società segue la moda perché è un modo per sentirsi nel presente, è qualcosa di sempre nuovo anche se si tratta pur sempre di un “revival”.

Si cambia perché la convinzione è quella che il nuovo sia sicuramente più valido e migliore.

I capitalisti, detentori del sistema di produzione, hanno fatto in modo di dare un ciclo di vita ad ogni cosa, compresi gli abiti, così anche se questi sono ancora belli e funzionali, perdono il loro valore e sono sostituiti da altri abiti.

Se da una parte si nota l’esigenza di rinnovarsi e aggiornarsi, dall’altra si vede lo spreco che la società crea. Oggigiorno è difficile pensare che un tempo l’abito era un bene prezioso e doveva durare tutta la vita.

La moda cerca di trovare un’identità che si adegui alla società del momento.

La moda comunica, vi sono capi di abbigliamento, tipo le divise militari che sono imposte così come sono, chi le indossa non può apportare nessun tipo di modifica per personalizzarla, questo lascia spazio alla menzogna appunto vi è il detto “l’abito non fa il monaco”.

L’interpretazione della moda varia anche a seconda del luogo, ad esempio chi indossa la minigonna in alcune zone è considerata una donna leggera oppure che questo voglia essere un richiamo erotico, mentre in altre zone si tratta semplicemente di una donna moderna che si sente libera.

L’alta moda nel corso del tempo ha subito una discesa.

All’inizio erano pochi i grandi stilisti che creavano modelli per i pochi clienti ricchi, in seguito i sarti professionisti iniziarono a realizzare i loro capi prendendo ispirazione appunto dalle creazioni dei grandi stilisti; la confezione, le rifiniture e le decorazioni però non sono al livello dei capi firmati.

Con il diffondersi delle riviste di moda quest’ultima arriva anche nelle periferie, si diffonde sempre più la realizzazione degli abiti tra le sarte più o meno esperte, con il risultato di una qualità sia nei modelli sia nei materiali alquanto scadente, questo però permette alle signore della bassa borghesia di seguire la moda.

Dopo la metà del novecento nasce il “pret-a-porter”; trattasi di capi d’abbigliamento che sono prodotti in grosse quantità ma rimangono in ogni modo valorizzati dalla firma dei grandi stilisti i quali ne garantiscono la creatività e la distinzione.

Anche per il “pret-a-porter”si usano le sfilate ma a differenza dell’alta moda, che per lo stilista significa mostrare i propri modelli in forma diretta, vale a dire alle donne che acquisteranno i capi (la formula è la stessa che inventò Worth), le sfilate del “pret-a-porter servono per pubblicizzare e incentivare la vendita degli abiti al pubblico che vi assiste che generalmente è composto di professionisti, i quali a loro volta rivendono questi abiti.

A queste sfilate assistono anche le persone incaricate della comunicazione, o i “mass media” come la tv o la stampa per fare in modo che l’evento raggiunga la maggior quantità di persone e quindi una maggiore vendita d’abiti.

Col tempo anche le sfilate si sono modificate, le modelle non sono più anonime ma delle vere e proprie dive super pagate alle quali le donne s’ ispirano cercando di imitarle.

Queste ragazze sono un mezzo pubblicitario molto funzionale. La moda oggi ha molti centri a livello internazionale: Parigi, Milano, Londra e New York e comprende oltre alle sfilate, occasioni mondane, eventi culturali oppure semplicemente presenzialismo, infatti il pubblico molto spesso prende a modello sia nell’abbigliamento sia nell’atteggiamento i divi del cinema, della musica e del mondo dello spettacolo in generale.

Ci sono molti giovani i quali si rifiutano di seguire la moda del momento, ribellandosi di far parte di quegli schemi che la società detta, scegliendo uno stile loro che però anche in questo caso se questa “moda alternativa” funziona viene subito adottato per proporlo alla massa giovanile.

Ora la moda è sempre più libera, ognuno può decidere di scegliere il proprio stile senza correre il rischio di essere bandito dalla società.

Questi giovani, in un certo senso, vogliono uscire dalla massa, vogliono distinguersi hanno il coraggio di esporsi e di mostrare la propria identità.

Nei primi anni del novecento si vivono ancora momenti di divertimento e spensieratezza che durano sino alla scoppiare della prima guerra mondiale.

Questo periodo spensierato si ricorderà come “belle epoque”, quando le classi sociali alte ancora dominavano, sono gli anni in cui cominciano a circolare le prime auto, si vedono aeroplani volare e il cinema fa i suoi primi passi. E’ un periodo di feste, di ballerine del “can-can”.

Le dame continuano a coprire completamente il loro corpo, gli abiti hanno solo una profonda scollatura, la figura è slanciata grazie anche al busto che spinge il seno all’infuori e irrigidisce la schiena dando il risultato di una figura ad “S”.

Il cosiddetto collo di cigno è una caratteristica ambita dalle donne, per raggiungere tale scopo esse si aiutano con stecche inserite nei colletti di merletti degli abiti da giorno.

Ora le tinte in voga sono tenui: il grigio perla, il rosa e il color malva, i tessuti sono leggeri, delicati e ricamati tipo lo chiffon, il tulle e le “crepe de chine”. Gli abiti sono ancora molto elaborati hanno molti lacci e bottoni (le dame quando si vestono hanno bisogno dell’aiuto di una domestica).

In questo periodo nasce un abito che s’indossava solo in casa, definito da “thè” che permetteva alle dame di poter fare a meno del fastidioso busto. Si trattava di un abito confezionato con tessuti leggeri, aveva vari strati di sottogonne e un’ampia scolatura.

Le scarpe usate per la sera erano scollate e avevano decorazioni di perline e ricami, i tacchi erano alti, di giorno invece si usavano molto degli stivaletti con lacci laterali in vernice, oppure in pelle di capretto. Nei primi anni del novecento si usavano ancora i cappelli, questi si sviluppavano in altezza ed erano decorati da piume di rari uccelli; anche le acconciature si sviluppavano in altezza.

L’abito maschile rimane lo stesso con solo una modifica, la piega frontale dei pantaloni.

Verso il 1910 la linea femminile cambia completamente, il pittore e sarto Mariano Fortuny disegna e crea un abito per le donne che appartengono all’alta società e che lui definisce la “veste di Delfo”, questo altro non era che una tunica ispirata al costume dell’antica Grecia ed era fatto di seta pieghettata.

Le varie guerre coloniali dell’africa e l’arrivo dei balletti russi di Sergei Diaghilev, portano innovazioni nelle nuove linee dell’abito che sono ben espresse dallo stilista in voga in questo periodo Paul Poiret (1879-1944).

Nel 1903 Poiret inaugura la propria casa di moda, dopo aver conseguito un apprendistato nella “maison” di Worth. Ora il punto vita perde la sua importanza, si sposta sotto il seno e l’abito ricade morbido sulla figura femminile, il busto viene sostituito da una stretta guaina che parte da sotto il seno e arriva ai fianchi, questa serve per rendere piatto il ventre, i fianchi e le natiche.

Si usa adesso una sola sottoveste di tessuto leggero. Non molto tempo dopo viene creata una gonna chiamata “hobble”, questa è aderente e arriva fino alle caviglie dove è stretta da un nastro costringendo le donne ad una camminata zoppicante.

Col tempo si praticano delle aperture nella parte posteriore agevolando così la camminata e lasciando intravedere le caviglie e le calze di seta.

A queste nuove linee di abiti vengono adottati come accessori, dei cappelli a tesa larghissima chiamati “alla vedova allegra” (ispirati appunto all’operetta omonima).

Questi sono decorati da nastri, tulle, piume, frutta e foglie; i cappotti sono svasati e ampi. Poiret per far conoscere i propri modelli al di fuori delle poche dame che hanno la possibilità di visitare e acquistare nel suo atelier, inizia a filmare le proprie sfilate, viaggia per tutta l’Europa e gli Stati Uniti portando con sé modelle e manichini, distribuisce degli album con i suoi modelli coinvolgendo la stampa.

L’ispirazione orientale innesca profonde modifiche sia nei colori sia nella linea degli abiti. Poiret per lanciare i suoi abiti usa sua moglie come modella; gli abiti che propone sono alquanto bizzarri per l’epoca ad esempio: pantaloni a sbuffo di stile turco, tuniche dalle maniche a pipistrello e turbanti.

Questi modelli riscontrano successo e diventeranno poi dei modelli classici di raffinatezza ed eleganza.

Un modello di Poiret che avrà un enorme successo è un abito chiamato “vestito sorbetto”: trattasi di un abito a tunica con sopra una sopragonna corta e rigida.

Poiret è il primo stilista ad occuparsi non solo d’abiti ma anche d’accessori e arredamento; questo sistema sarà adottato anche dagli stilisti che seguiranno. Poiret diceva: “il sarto può mettere a frutto il proprio talento in tutti i campi del costume”.

Nel 1921 battezza il proprio profumo che è il primo ad essere firmato.

In questi anni pittori come Braque, Picasso e Matisse aderiscono in parte alla decorazione delle stoffe, alle scenografie e ai costumi per i balletti e per il teatro.

Balla, un futurista italiano, crea scenografie dove la figura umana viene scomposta in forme geometriche e metalliche; crea abiti maschili ispirati alla velocità ed al rumore delle auto, inizia uno studio dell’abito come stato d’animo.

Con lo scoppio della prima guerra mondiale tutto l’ottimismo verso il progresso viene travolto e cancellato. I civili si ritrovano a stretto contatto con le vicende belliche che sconvolgono la loro vita, le varie classi sociali si ritrovano a dover lavorare e collaborare fianco a fianco; tutti gli uomini validi sono al fronte, le donne quindi si ritrovano a svolgere mansioni tipicamente maschili, come dover fare le autiste, le insegnanti, le postine e così via. Questo stato di cose viene preso con entusiasmo dalle donne infatti per molte di loro c’è l’opportunità di rendersi autonome economicamente, quelle che invece lavoravano già fuori casa con mansioni di poco rilievo vedono l’opportunità di fare carriera in campo lavorativo, migliorando anche lo stipendio.

Molte donne inglesi e americane sono nell’esercito come infermiere, indossano uniformi di taglio militare cioè: giacca con cintura e gonna lunga al polpaccio e alcune indossano tute da aviatore.

Le donne russe impegnate sul fronte vestono come i soldati e imbracciano il fucile. Anche l’abbigliamento delle donne che non sono sul fronte subisce cambiamenti, le gonne si accorciano al polpaccio e si allargano, il busto diviene più morbido e si abbassa e le donne, per la prima volta, si tagliano i capelli corti.

Mary Phelps Jacob conosciuta anche con il nome di Caresse Crosby nel 1914 crea il primo reggiseno, esso è costituito da due fazzoletti uniti da un nastro.

Con la fine della guerra le donne restituiscono agli uomini le loro mansioni, però non lasciano il nuovo stile di vita, il quale permette loro d’essere autonome e attive.

Anche la moda che era in voga prima della guerra non fa più presa, nonostante vi sia stato qualche tentativo. Ora vi è una ricerca della comodità negli abiti, i colori sono neutri tipo il beige e il grigio, si diffonde l’uso dei pantaloni e del reggiseno.

Per le serate invece si usano colori accesi come il fuxia, il lamè dorato, il satin broccato e lo stile è quello delle “vamp” degli anni venti. Gli abiti sono guarniti da frange e perline in modo che questi ondeggiano con i ritmi dei balli in voga in quel momento: tipo il “fox-trot” e lo “scandaloso “ tango.

E’ Thomas Burberry che nel 1879, con una formula nuova e segreta, inventa il tessuto che verrà adottato per le uniformi degli ufficiali inglesi e che si chiama gabardine un tessuto traspirante, antistrappo e impermeabile.

Questa divisa si chiamava “trench-coat” aveva un bavero rialzabile, fasce ed anelli alla cintura e, sulle spalle, era dotata di una fodera estraibile dal caratteristico disegno scozzese (oggi imitatissimo) e poteva essere usata come coperta.

A questo capo verranno fatte alcune modifiche e verrà usato comunemente fra i civili, simbolicamente il “trench-coat”è legato al mistero e all’azione infatti nel cinema si vedrà indossato dagli investigatori e dagli agenti segreti (nel famoso film Casablanca è portato da Humphrey Bogart).

Nel 1914 Gabrielle Chanel detta Coco, apre una boutique dove inizialmente realizza cappelli, in seguito passerà alla creazione di abiti che indosserà essa stessa per farli conoscere.

Grazie a questa giovane modista francese l’immagine della donna viene proiettata nel ventesimo secolo.

Chanel accorcia le gonne sino al ginocchio, elimina il busto e lancia la moda dei capelli corti da maschio, crea un tessuto comodo e poco costoso: il “jersey” che principalmente verrà usato dalle classi sociali basse.

Chanel realizza completi in maglia, l’abito a tubino, il famoso profumo Chanel n°5, il suo stile permane nel tempo grazie alla modernità e raffinatezza delle linee. Chanel chiude mentre è in corso la seconda guerra mondiale (1939 – 1945) e torna nel 1956, con il famoso e inconfondibile tailleur in tweed profilato con la cintura dorata e la borsa con la catena ugualmente dorata.

Per Chanel l’eleganza era negli abiti comodi e confortevoli, aveva eliminato dagli abiti dell’epoca tutto quello che riteneva inutile chiamandola “la povertà di lusso”. Chanel faceva pubblicare le foto dei suoi modelli subito dopo le sfilate, cosa che in quel tempo gli altri stilisti non permettevano, mentre essa sosteneva che “l’imitazione significava successo”.

Coco diceva di aver creato la moda in primo luogo per se stessa, diceva che la donna ora non doveva essere più oziosa e inutile ma al contrario attiva e quindi aveva la necessità di indossare abiti comodi che lasciassero libertà di movimento.

Dopo la prima guerra mondiale si ritorna a vivere momenti di ottimismo e di benessere, il consumismo prende piede, le città diventano più grandi. Tutto questo soprattutto per le classi sociali più agiate, per quanto la guerra avesse sconvolto gli ordini sociali di prima.

Esisteva tuttavia uno stato di disagio per gente meno abbiente. Negli anni venti erano state sperimentate nuove forme di abbigliamento e di linee geometriche; si era diffuso l’uso di varie fibre artificiali e sintetiche che permettevano alle classi popolari di accedere alla moda, perché queste fibre avevano un costo più basso rispetto alle fibre naturali. Le riviste dedicate al femminile aumentarono considerevolmente ed iniziarono ad inserire i cartamodelli in modo che le donne potessero confezionare da sé gli abiti (con la macchina da cucire).

Andava molto di moda il tailleur, i color più usati erano il beige e il color cachi questo perché dopo la guerra erano avanzati tessuti militari di queste tinte in gran quantità. Le scarpe avevano il tacco a rocchetto.

Le ragazze benestanti incominciavano ad uscire tranquillamente la sera senza il bisogno di essere accompagnate, bevevano alcolici, fumavano e usavano trucco pesante; sul capo portavano una fascia, sopra i capelli corti e ondulati, questa fascia era decorata con fiocchi oppure piume.

La linea femminile richiesta era quasi androgina. Era molto di moda fare sport, perché questa richiedeva appunto la figura più snella.

Nel 1901 a Parigi nascevano i primi giochi non ufficiali per le donne. I campioni dello sport influenzavano la moda come i divi del cinema, vi erano sportivi che si facevano disegnare gli abiti appositamente da famosissimi stilisti.

Dopo la guerra, l’abbronzatura non era più considerata sinonimo di povertà (i contadini e le persone che lavoravano all’aperto erano appunto abbronzati), ma bensì uno “status symbol” che serviva a dimostrare lo stato economico, sottolineando il fatto che si potesse andare in villeggiatura e sdraiarsi al sole senza far nulla.

Le coste balneari più rinomate erano quelle francesi e californiane. Chanel è stata una capostipite dell’abbronzatura.

Ora gli uomini e le donne potevano condividere la stessa spiaggia, il costume si era ridotto moltissimo e le stoffe usate per confezionarlo erano elastiche. Negli anni trenta l’abito maschile tende alla comodità, alla morbidezza, si usano tessuti a righe verticali, le spalle delle giacche divengono più ampie; per sostenere i pantaloni al posto delle bretelle si usa la cintura, questi sono più larghi e le cerniere sostituiscono i bottoni.

In estate i tessuti usati sono il lino e la seta grezza.

Le donne degli anni trenta s’ispirano alle dive del cinema, ne imitano gli atteggiamenti, si truccano come loro e naturalmente copiano l’abbigliamento. Nei grandi magazzini si trovano gli abiti alla moda con un costo relativamente basso, questo grazie all’introduzione dei tessuti sintetici. Certo la manifattura non era eccelsa, però la moda era alla portata di tutti. In alcuni paesi si cominciano ad apprezzare le rotondità della donna e quindi a favorirne la prosperità delle forme; per la prima volta la donna porta la gonna aderente che segna i fianchi e addirittura evidenzia la forma del fondoschiena.

Verso gli anni quaranta la moda si evolve ancora.

Madeleine Vionnet, una stilista francese, apporta un’ innovazione nel taglio del tessuto: lo sbieco. Nascono le linee svasate e nei cappotti si usano spesso colli in volpe.

Ora vi è una gran varietà di calzature, quelle di Salvatore Ferragamo sono molto apprezzate sia per la linea sia per la comodità; le famose scarpe con la zeppa sono una sua creazione. Molte donne portano capelli lunghi e ricci questo grazie all’invenzione della permanente. Si realizzano i primi reggiseni imbottiti e la “lingerie” diviene sempre più raffinata. Gli abiti da sera lasciano la schiena completamente scoperta. Negli anni trenta, rispetto agli anni venti, gli abiti richiedono tessuto in quantità maggiore per via dei vari drappeggi apportati.

È di moda la pelliccia e la più apprezzata è quella di volpe, ma si usano anche quelle di scimmia e di leopardo.

Negli anni quaranta la moda subisce un blocco a causa della seconda guerra mondiale. La produzione industriale dell’abbigliamento si sarebbe sviluppata in seguito, dopo la guerra e gli abiti non si sarebbero più confezionati capo per capo nei laboratori sartoriali.

Tutti i prodotti erano razionati e quindi anche i tessuti; le riviste femminili al posto degli abiti all’ultima moda mostrano come fare per riutilizzare i pochi abiti e tessuti che erano a disposizione.

Ogni donna aveva una giacca, una camicia e un tailleur; gli accessori di questi abiti erano stabiliti per legge, non potevano avere più di due tasche e cinque bottoni, anche il numero delle cuciture e delle pieghe era stabilito per legge.

In Italia ogni persona adulta possedeva una tessera annuale (tessera annonaria) con 120 punti, pensate che per un paio di scarpe ce ne volevano ben 65, ovviamente si pagava in denaro.

Tutto questo il governo lo attuava per evitare quello che era successo durante la prima guerra mondiale e cioè molta miseria e fame per via dei prezzi dei beni di prima necessità i quali erano saliti vertiginosamente.

Durante la guerra, si utilizzavano le coperte per confezionare giacche e cappotti, le lenzuola si trasformano in camicie e il filato lo si ricava dalla lana dei materassi; insomma tutto quello che poteva essere utile lo si adoperava.

Nascono i primi abiti “patchwork” unendo tra loro vari pezzi di tessuto di diverso genere.

Nel 1947 finita ormai la guerra, l’alta moda ritorna alla grazie a Christian Dior, il quale intuisce il desiderio delle donne di tornare ad essere eleganti e femminili dopo il periodo difficile della guerra. Questo stilista propone degli abiti dalla figura femminile a clessidra, crea le scarpe col tacco a spillo e riporta alla ribalta il vitino da vespa, il seno generoso e le gonne ampie.

Ritorna anche il corsetto però con una forma a “guepiere”, elasticizzata a cui si attaccano anche le calze, stile inventato da Marcel Rochas nel 1946.

Con Dior vi è un ritorno alla femminilità, le donne, in tempo di guerra, erano state costrette ad indossare divise militari, mentre ora ritrovano fiducia e ottimismo nella bellezza.

Negli anni cinquanta avviene un’importante svolta nella moda, la”Haute Couture” che creava un tipo d’abbigliamento artistico riservato a poche donne privilegiate, si fonde ora con il “pret-a-porter” che si rivolge più ad una clientela di massa.

Un altro stilista di questo periodo è Cristobal Balenciaga che, come Dior, realizza solo modelli di “Haute Couture” confezionati in modo tale da valorizzare la figura femminile che, praticamente, viene ricostruita attraverso l’abito.

Dopo la seconda guerra mondiale vi era stato un grosso sviluppo a livello economico e tecnologico; nelle case erano entrati gli elettrodomestici, le donne così avevano più tempo libero da dedicare a se stesse e molte lavorano fuori casa.

Nascono i “twin-set”, i coordinati in maglia color pastello e la borsetta è molto usata; il viso truccato è indispensabile, le labbra sono rosso brillante, le sopracciglia scure e folte, le ciglia coperte da molto mascara, questo trucco “pesante” è d’uso anche nelle giovani ragazze che per contrasto usano calzini corti da baby invece delle calze in nylon.

Ovviamente fra le ragazze vi sono anche le ribelli che usano indumenti confezionati con un nuovo tessuto chiamato “blue jeans”.

In questi anni la biancheria intima non si usa più solo come indumento costrittivo ma soprattutto come indumento di seduzione. Nel 1952 nasce il reggiseno con la caratteristica forma a punta in voga in quegl’anni, contemporaneamente esplode la moda del “bikini” apparso per la prima volta negli anni quaranta (il nome bikini deriva dal nome di un atollo nel pacifico dove, nel 1946, fu fatto un esperimento nucleare, così il bikini è esploso nella moda proprio come una bomba).

Il bikini è opera di due stilisti francesi, Louis Reard, e Jacques Heim che, nel 1946, lo presentano nello stesso momento.

Si dice però che l’idea fosse opera di un marinaio americano il quale, dopo aver visto le indigene degli atolli del pacifico indossare questo tipo di costume, ne rimase favorevolmente colpito. Casualmente nello stesso periodo viene riscoperto un mosaico romano sul pavimento di una villa siciliana, dove vi sono rappresentate delle ragazze che praticano ginnastica e giocano a palla con indosso un costume a due pezzi.

Questo bikini ha suscitato molto scalpore all’epoca, vi erano attrici che lo indossavano e lo mostravano con orgoglio, altre invece che lo reputavano scandaloso perché considerato un’ offesa al senso del pudore; addirittura in un primo tempo venivano arrestate le donne che lo indossavano.

Solo nella metà degli anni cinquanta è indossato liberamente anche dalle più pudiche delle donne.

Il bikini rimarrà il costume più amato, per la carica di seduzione che esso genera, perché si ferma sulla porta del proibito, nemmeno i futuri monokini (1964) riusciranno a spodestarlo.

Sino al 1950 l’immagine della gioventù non era presa in gran considerazione, si passava dall’infanzia al mondo degli adulti cioè delle responsabilità del lavoro e della guerra (quando necessario); ma con il nuovo stato economico più agiato, le cose cambiano.

Negli anni cinquanta i giovani cominciano a ribellarsi, a voler staccarsi da una società dettata da un solo valore il “consumismo”.

I giovani attraverso il loro modo di vestire, la loro musica e la letteratura, esprimono tutto il loro disagio e il conflitto che provano verso una società adulta ritenuta ipocrita.

Essi passano dalla ricerca di se stessi ad una disperata fuga e ribellione, che spesso sfocia in forme estreme, come le folli corse in automobili che li portano spesso alla morte.

James Dean ne è un esempio, morto giovanissimo in un incidente stradale.

I giovani creano una loro moda che usano per differenziarsi, in un certo senso, cercano di affermare la propria identità si vestono con giubbotti di pelle e jeans che sono il simbolo di questo cambiamento; la musica diviene uno strumento importante di aggregazione, il “rok’n’roll”, ballo amatissimo dai giovani, sembra esprimere i loro animi irrequieti, agitati e ribelli.

Gli adulti dell’epoca considerano tutto questo demoniaco ricollegandolo alla delinquenza, questo scontro di generazioni si inasprirà e andrà avanti anche nei decenni successivi.

Già negli anni quaranta vi erano state avvisaglie di giovani con un proprio stile, di vestire e di pensare.

A New-York i latino americani e i neri che hanno avuto la possibilità di arrivare ad uno stato economico agiato creano un abito a righe, oppure dai colori sgargianti chiamato “zoot suit”; questo abito è più grande di qualche taglia rispetto al necessario, in seguito sarà adottato come divisa dai musicisti di jazz e dello swing. Questo abito e questa musica arriveranno in Europa attraverso le truppe americane.

Queste mode giovanili hanno la capacità di permettere una spontanea aggregazione e nascono da una classe sociale bassa invece che scendere da una alta.

Attraverso i mezzi di comunicazione le mode giovanili si diffondono da un capo all’altro della terra. Vi sono gruppi impegnati intellettualmente, di solito sono guidati da una figura carismatica e generalmente si vestono in modo trasandato, il colore più usato è il nero, le ragazze vestono con lo stesso stile.

I giovani che indossano jeans, t-shirt e giubbotto di pelle sono considerati dei teppisti, dei delinquenti; essi amano il “rock’n’roll” portato alla ribalta nel 1955, da Bill Haley, ballo dal ritmo frenetico che se da una parte indica tutta l’irrequietudine dei loro stati d’animo, dall’altra indica la loro gioia di vivere. L’abito delle ragazze mette in risalto la figura e lascia libertà del movimento necessario per praticare questo tipo di ballo. Esse indossano camicette aderenti, gonne svasate con diversi strati di sottogonne che arrivano alle ginocchia, le cinture sono elasticizzate, usano calze corte e scarpe basse, i capelli sono legati semplicemente con nastri.

Col tempo i jeans sono adottati anche dalle ragazze, questo indumento diventerà il simbolo dei giovani, sia il jeans che il giubbotto di pelle chiamato chiodo (il più usato dai giovani). Questo particolare indumento era stato confezionato da una ditta americana chiamata Schott nel 1915, inizialmente era usato dai motociclisti.

Un altro tipo di giubbotto era detto “bomber” usato dai piloti durante la guerra.

Altro indumento usatissimo è la t-shirt che diventerà indispensabile; a questa maglia vengono applicate frasi e disegni divenendo un vero e proprio mezzo per mandare messaggi, sia musicali sia politici.

Nel 1853 levi Strauss, un tedesco emigrato a San Francisco, con del fustagno (tessuto di cotone molto resistente, prodotto negli stati uniti dalla fine del settecento), crea dei pantaloni che vengono brevettati dal socio Jakob Davis Youphes nel 1873. Il jeans (questa parola deriva da Genova, in francese Genes, dove i marinai genovesi usavano pantaloni da lavoro di un tessuto chiamato blu Genova, copiato dai marinai americani diventò il famoso tessuto chiamato da loro “ blue jeans”).

Grazie alla produzione industriale che ne permette i costi ridotti, sarà l’indumento da lavoro più usato soprattutto dai minatori e dai cowboys.

Successivamente diverrà appunto l’indumento giovanile per eccellenza, il primo capo unisex con questo tessuto; in seguito verranno confezionate anche borse, gonne, camicie, giacche e salopette; questo capo rimane pressoché immune dalla moda, apprezzato sempre più nel corso del tempo.

E’ un capo che più si usa e più acquista valore, perché si personalizza, il colore si schiarisce a zone, il tessuto si consuma in modo diverso da un capo all’altro rendendolo così unico, in pratica è vivo come il corpo che riveste.

Negli anni sessanta i giovani divengono i protagonisti della moda; vi sono moltissime idee innovative, si gioca con i colori e con i tessuti, le gambe delle ragazze si scoprono creando così un nuovo mito di seduzione.

Chanel e Saint Laurent creano nuove forme originali artistiche ed etniche.

Negli anni sessanta la boutique acquista un ruolo importante, non è più il piccolo negozio dove il sarto confezionava e vendeva le sue creazioni, ora diviene un luogo di incontro dove si trova tutto quello che è all’ultima moda dagli abiti agli accessori, vi è musica, personale giovane e dinamico.

Barbara Hulanicki apre nel 1964 la boutique chiamata “Biba” dove vi sono abiti e accessori degli anni venti, trenta e quaranta, creando così il fenomeno dell’usato di classe.

In questi anni Elio Fiorucci, dopo essere stato a Londra, rimane favorevolmente colpito da tutto ciò che di innovativo c’è, torna in Italia con un carico di coloratissime scarpe e abiti plastificati ispirati al mondo della tv. Apre un grande negozio stravagante a Milano, dove appunto vi è di tutto.

Nel 1964 nasce la minigonna, la creatrice di quest’indumento è Mary Quant, figlia di due professori universitari che nel 1958 intorno ai suoi trent’anni di età apre la propria boutique; questa stilista crea abiti che, principalmente, indossa essa stessa: pantaloni a vita bassa da portare con cinture alte, abiti di flanella, gonne svasate, ma il capo che la porterà al successo mondiale sarà la minigonna (per la prima volta le donne scoprono le gambe) indumento molto contestato dai benpensanti e dai medici che la accusano di causare problemi circolatori e reumatismi anzitempo.

Mary Quant parte per una tournee con alcune modelle alle quali fa indossare la minigonna e le lancia in balli scatenati di pop music, così questo capo, nel giro di poco tempo, diventerà famosissimo consacrando la sua creatrice nell’ordine dell’impero britannico e lei riceverà il premio a Buckingham Palace indossando proprio la minigonna.

Negli anni sessanta le signore più famose ed eleganti vestono Chanel, in questi anni infatti lei torna alla ribalta con i suoi tailleur dalla classica giacca senza collo bordata di nero, l’accessorio indispensabile di queste signore è il cappellino di forma ovale senza tesa e dalla sommità piatta; questo modello è stato creato da un costumista di Holliwood Adrian nel 1932 per la diva Greta Garbo.

Lo stilista Emilio Pucci, Marchese fiorentino lancia la moda dei colori vivacissimi, degli stampati in fantasie cromatiche e si vede obbligato a porre la firma sui propri capi per poterli distinguere dalle diffusissime imitazioni (questa è la prima volta che uno stilista firma i propri capi).

Lo stilista Saint Laurent crea abiti dai disegni eccentrici, cerchi, quadrati e anche zig zag disposti in modo da creare l’effetto tridimensionale quando l’abito è indossato, oppure usa tessuti che a seconda della luce sembra mutino di colore.

Negli anni settanta arriva la moda spaziale (ispirata alle tute dei primi astronauti), gli abiti sono in lamè o lurex argentati e gli stivali sono in plastica. Tutto questo dura poco e ha successo solo tra alcune persone.

Paco Rabanne nel 1966 crea degli abiti ispirati ai guerrieri medievali usando plastica e metallo. Sempre negli anni sessanta se da una parte le ragazze vestono in minigonna lanciando un messaggio di libertà, di gioia e colori, i ragazzi inglesi creano una moda loro, invece delle t-shirt e dei jeans vestono l’abito degli adulti portandone all’esasperazione i particolari dando vita così ad una caricatura dove si mostra l’ipocrisia. Questi giovani si definiscono “mod” (da moderni) curano sino all’eccesso il loro abbigliamento, i capelli sono corti ed è indossato l’irriducibile “parka” (un giaccone di color verde militare).

Ai “mod” non piacciono le motociclette, usano, infatti, le vespe o le lambrette dotate di moltissimi accessori, questo stile si diffonderà un po’ ovunque in Italia e vi rimarrà per molto tempo.

La moda dei giovani inglesi è strettamente legata ai fenomeni musicali; con la nascita dei Beatles si vedono giovani abbigliati esattamente come loro (molto simile allo stile mod).

In California, nel 1967, nasce il movimento hippie; tra i giovani vi è un nuovo ideale di vita che rifiuta la società capitalista del mondo degli adulti, la loro concezione di vita ora si basa sui valori spirituali di pace, di ritorno alla natura, di lotta per i diritti umani e rivalutazione dell’abbigliamento etnico.

Gli hippies come arma usano la creatività e la fantasia, vogliono cambiare il mondo con l’amore infatti il loro simbolo è il fiore da qui l’appellativo “i figli dei fiori”.

Gli hippies vestono abiti di tutti i generi basta che siano vivaci, spesso sono dei “kaftani”, le fibre sono naturali e l’unisex ha il suo trionfo. Usano il corpo come un’opera d’arte dipingendolo con i colori dell’arcobaleno oppure a fiori e spirali; vivono nelle comuni a contatto con la natura e la terra. Proprio nello stesso anno in cui il movimento hippie è all’apice del successo questo gruppo svanisce. Negli anni a venire l’industria della moda ne copia gli aspetti esteriori.

Negli anni settanta l’alta moda subisce un periodo di grande crisi, nasce il “punk” stile definito dell’anti moda, dell’esasperazione, sembra che si sia esaurita la creatività.

La crisi petrolifera crea una situazione economica precaria scoraggiando l’acquisto del settore abbigliamento; prende sempre più importanza la moda che arriva dal basso e costa poco.

Molti stilisti ora si avvicinano al “pret- a porter”, dove le creazioni non sono più audaci ma si avvicinano all’esigenza della gente comune che lavora e quindi sono capi classici essenziali;

le donne in carriera vestono tailleur di taglio maschile linea ideata da Saint

Laurent

Calvin Klein e Ralph Lauren creano un guardaroba fatto di pochi capi di facile abbinamento e per tutte le stagioni come: camicette, indumenti in maglia e pantaloni; il trucco è delicato e minimo, i capelli hanno un aspetto naturale. Lo sport diventa un’ossessione come la discoteca, la moda è influenzata da questo e crea capi dai colori sgargianti dai tessuti elasticizzati, indumenti molto usati la creatività degli stilisti prende spunto dalle civiltà del passato come ad esempio gonne a balze, fantasie patchwork, abiti decorati con passamanerie, ricami e broccati.

Il movimento femminista non aiuta certo la moda poiché condanna i tradizionali canoni di bellezza della donna perché considerati “elementi per soddisfare il genere maschile”, sono quindi adottati indumenti che nascondono il corpo femminile come larghe gonne, maglioni senza forma e scarpe con le zeppe.

Gli acquisti si fanno tra le bancarelle dei mercatini.

Alla fine degli anni sessanta a New York nasce il “glam” (che deriva da glamorous, eccitante e fascinoso) questo stile è l’opposto di quello hippie che ricercava tutto quello che era naturale, il glam invece esalta tutto ciò che è artificioso.

Questo stile è lanciato dal mondo della musica e del cinema, il “glam” è l’ambiguità sessuale, è travestimento, zatteroni e paillettes; le acconciature sono shock dalle tinte violente, tutto è esagerato e scandaloso, l’artista David Bawie ne è un grande esempio.

Nel 1976 nasce il “punk” (termine che deriva da spazzatura) i suoi promotori sono Malcom Mclaren e la moglie Vivienne Westwood proprietaria e stilista di una boutique a Londra che lancia un suo stile dove si rifiuta tutto ciò che è bello per promuovere il brutto, tipo t-shirt strappate, abiti in pelle pieni di cerniere, indumenti usati e sporchi, i capelli sono rasati lasciandone solo una striscia in mezzo al capo come una cresta, i “punk” portano infilati nel viso spille da balia, indossano delle catene al collo chiuse con lucchetti e il trucco è aggressivo.

Il “punk” non ama il gruppo tollera al massimo pochissime persone, è un individualista, un violento ed aggressivo, lo scopo del punk è far perdere qualsiasi tipo di mito insomma il suo scopo è distruggere senza però costruire.

A cavallo degli anni settanta e ottanta arrivano alla ribalta alcuni stilisti giapponesi: Yamamoto, Rei Kawakubo con il marchio Commes des Garcons le sue creazioni sono molto originali, praticamente è un mix fra gli abiti tradizionali giapponesi e gli abiti occidentali.

Gli anni ottanta sono caratterizzati dal consumismo di massa, non si bada più alla qualità prezzo ma è data importanza esclusivamente alla marca.

Nasce il “look” parola che ha più significati: sguardo, maschera, apparenza. Il “pret-a-porter” industriale prende piede ed è preferito agli abiti di alta moda confezionati artigianalmente.

Il look è un travestimento, serve per nascondersi per non mostrare la propria identità mascherandola dietro le apparenze.

Negli anni ottanta la moda italiana, grazie al “pret-a porter”, si è diffusa in tutto il mondo, Milano diventa la capitale della moda grazie agli stilisti italiani che sono maestri nella tecnica, nella perfezione e cura dei dettagli, nell’utilizzo di materiali pregiati, sono inoltre dei grandi manager sanno interpretare gli ideali e le tendenze del momento.

Vi sono molti nomi di spicco nel firmamento della moda italiana: Armani col suo stile sempre sobrio, raffinato ed elegante, Valentino che esalta la femminilità e il lusso unendo classico e moderno, Versace con il suo stile aggressivo è il primo stilista ad esaltare la bellezza delle modelle, grazie a lui queste diventano top model, Gianfranco Ferrè noto per la sua raffinata cura dei particolari, Krizia (Mariuccia Mandelli) appassionata per la maglieria cercherà sempre l’innovazione sperimentando nuovi materiali, Laura Biagiotti la sua linea è molto femminile ama molto il cachemire nel quale cercherà l’innovazione, è stata la prima stilista italiana ad aprire una “boutique” in Cina, Romeo Gigli che ama le linee delicate esili e dai tessuti trasparenti, Trussardi dallo stile dinamico, Gucci il suo stile è una miscela fra il tradizionale e l’innovativo, Missoni con la sua caratteristica maglieria “patchwork” e ancora Dolce e Gabbana, Moschino e Fendi.

Sempre negli anni ottanta, nasce il gruppo dei “dark” questi ovviamente vestono di nero, portano ciondoli e orecchini a forma di teschi, i capelli sono molto gonfi opera della cotonatura, il colorito del viso è pallido, questo modo di vestire durerà molto tempo.

Un altro gruppo importante sono gli “heavy metal”, che in Italia vengono chiamati metallari, ascoltano musica di un rock molto duro, questo gruppo nasce negli anni settanta in Inghilterra, indossano giubbotti di pelle nera con borchie e teschi, i pantaloni consistono in jeans molto stretti, i capelli sono portati lunghi per entrambe i sessi.

Altro gruppo sono i “rasta” dalla cultura positiva, è la filosofia dei giamaicani neri con principi di giustizia, questa cultura si è diffusa in tutto il mondo grazie al musicista di musica reggae Bob Marley; in occidente è stata adottata solo la parte esteriore: le eccentriche acconciature fatte di strane e indissolubili treccioline chiamate “dreadlocks”, i berretti hanno i colori dell’Etiopia rosso, verde e oro, fanno un largo uso di marijuana.

Gli “skinheads” gruppo che va subito a degenerare in violenza, aggredendo in modo molto violento le minoranze etniche, gli omosessuali e i punk con la scusa di voler fare ordine e pulizia; a ruota seguono i “naziskin” la forma più estrema di violenza e intolleranza razziale, questi gruppi vestono t-shirt, jeans attillati sostenuti da bretelle, giubbotto tipo bomber e ai piedi hanno pesanti anfibi, la testa è rasata.

I “paninari” sono l’unico gruppo che nasce in Italia, più precisamente a Milano capitale della moda, questi giovani vestono jeans Armani che arrivano alla caviglia, hanno giubbotti da aviatore “schott”, un cinturone “el charro”, calzettoni e scarpe timberland, sono perennemente abbronzati, i capelli sono cortissimi per i ragazzi e medio lunghi per le ragazze, addirittura hanno inventato un loro modo di parlare.

I “paninari” sono in perfetta sintonia con la società del consumismo, vivono senza chiedersi nulla sul senso della vita, questa moda ha coinvolto anche il mondo della televisione e della musica, dopo il successo del momento questo gruppo scompare senza lasciare traccia di sé.

Negli anni ottanta la moda eccedeva in colori: il trucco era esagerato e i capelli delle donne erano troppo cotonati.

Negli anni novanta ormai la moda ha già mostrato tutto, si è costantemente sottoposti messaggi pubblicitari, gli stessi in tutto il mondo e con articoli ugualmente identici sia nell’abbigliamento sia per il resto dei prodotti, ecco quindi l’esigenza dell’uomo di distinguersi, di trovare un’identità, è alla ricerca della spiritualità, ora c’è una presa di coscienza per tutto quello che lo circonda compresa la natura.

La moda dei giorni nostri si può definire senza frontiere, non c’è più un modello stabilito ma è multietnica, mancano punti di riferimento, questo significa libertà di vestirsi senza l’obbligo di dover essere alla moda.

Il futuro della moda sembra dirigersi verso uno stile minimalista e dai colori naturali, Prada è un esponente importante di questo stile. All’uomo non è più richiesta l’immagine del “macho”, del capofamiglia, ora è più vanitoso e fa uso di cosmetici; gli stilisti più audaci tipo Gaultier hanno fatto sfilare gli uomini in tacco a spillo e gonna.

L’uomo moderno affascina per il suo lato intellettuale, per la grazia che un corpo maschile può esprimere, l’abito deve avere un qualcosa che lo renda speciale particolare.

Ora sono di moda tutti gli stili che hanno caratterizzato il novecento, in questo modo ognuno può cercare uno stile proprio e unico.

Vi è una riscoperta dei tessuti di lino e canapa, la tecnologia ha portato alla creazione di tessuti dalle più incredibili proprietà: non si bagnano e non si macchiano, ci sono tessuti che galleggiano e cambiano colore secondo la temperatura, sono rivestiti di gomma e alluminio, l’unico campo in cui la moda può veramente cambiare è nella ricerca di nuovi tessuti mescolando quelli naturali con i sintetici.

Nel duemila fortunatamente alle modelle non è più richiesta la magrezza eccessiva degli anni precedenti, magrezza che portava addirittura all’anoressia (pericoloso esempio imitato da molte ragazze).

Le modelle ora devono essere un esempio di gioia verso la vita. Si ricorre inoltre molto spesso alla chirurgia estetica, alcuni lo fanno per seguire i canoni estetici che la moda in quel momento detta, altri per modificare quello che essi ritengono dei difetti, altri ancora per tentare di cancellare i segni del tempo.

Il corpo è decorato da tatuaggi e “piercing” arrivando all’estremo con la marchiatura a fuoco, tutto questo per comunicare al mondo il proprio stato d’animo e la propria unicità.