Il Kimono e i Samurai

Storia del kimono

Il termine kimono significa “cosa addosso”, questo indumento ha una lunga tradizione, sembra che per arrivare al modello del kimono giapponese vi siano state influenze degli abiti regali dei popoli Mongoli e Manchi, successivamente questo vestito si sviluppò in Cina infine arrivò in Giappone.

Dal decimo al diciannovesimo secolo il modello in voga in Giappone era il “kosode”. Nel periodo detto “Ahikaga” questo era l’indumento indossato dalle classi sociali inferiori ed era portato sotto gli abiti, col tempo le classi sociali elevate iniziarono ad usarlo, però come indumento esterno; verso la fine del sedicesimo secolo il “kosode”sarà di uso quotidiano sia maschile che femminile.

Le varie classi sociali si distinguevano anche dalla foggia del kimono infatti, i modelli più antichi prevedevano fino a 16 kimono sovrapposti (nelle classi più nobili). Nell’ottocento con i primi contatti commerciali in occidente il kimono, per quanto si indosso molti anni ancora, iniziò un lento declino (1868). Nel periodo “Taisho” a seguito di un terribile terremoto nella città di Tokio molti degli antichi kimono andarono perduti. La produzione del kimono, nonostante le guerre e le inevitabili influenze della moda occidentale, permane nel tempo.

kosode diciassettesimo secolo

Contemporaneamente allo sviluppo sia di tecnica che di qualità del trattamento e coloritura dei tessuti, aumentarono le decorazioni e il design dei kimono delle cortigiane.

Alcuni definiscono il kimono, tecnicamente parlando, un indumento primitivo rispetto ai vestiti occidentali, altri invece lo considerano un modello di semplicità e perfezione, capace di superare i confini del tempo e dello spazio. Il kimono nel tempo è rimasto pressoché uguale, se guardiamo invece i vestiti occidentali notiamo la frenetica ricerca di una moda e di uno stile sempre nuovi.

Il kimono si può definire un’opera d’arte infatti molti degli artisti giapponesi si occupavano quasi interamente a dipingere i tessuti destinati poi alla realizzazione di questi indumenti.

Tra le varie tipologie di kimono ve ne sono tre principali che si differenziano soltanto nell’attaccatura e nell’ampiezza delle maniche: il “kosode” ha la manica stretta, l'”hirosode” ha le maniche ampie e il “furisode” ha le maniche che pendono.

Dopo la seconda guerra mondiale l’abbigliamento femminile giapponese, soprattutto per comodità adotto lo stile occidentale. Oggigiorno vi sono comunque molte feste tra nazionali e private dove le donne indossano orgogliosamente il kimono, infatti si dice che questo indumento sia lo spirito del Giappone, e che attraverso di esso se ne senta palpitare il cuore.

Vi sono kimono in seta leggera, oppure in broccati sempre in seta però più pesante (questi sono usati per le cerimonie), a seconda delle stagioni vengono decorati cioè in primavera ad esempio vi saranno rappresentati degli uccellini in mezzo al verde, in inverno potrebbe essere rappresentato un paesaggio innevato, nei periodi festivi, prevalgono disegni di bambù, di pini e di fiori del pruno perchè considerati segni di prosperità e di buona fortuna.

I modelli di kimono variano a seconda del sesso della classe sociale e della cerimonia a cui si partecipa.

Una parte importante del kimono è rappresentata dall’obi, cioè la fascia con cui si chiude il kimono, questa può essere semplice fino ad arrivare ai modelli più importanti per gli abiti da cerimonia.

La legatura posteriore che si andava a realizzare con l’obi determinava l’eleganza della dama, l’obi infatti poteva essere lungo anche svariati metri, questo per permettere una legatura imponente.

L’obi fungeva anche da portaoggetti, essendo il kimono privo di tasche, l’obi dunque era dotato di alamari con dei cordoncini dove appunto venivano appesi gli oggetti necessari, (la stessa tecnica veniva usata dai Samurai per infilare la “Katana”.

Generalmente il kimono è realizzato in tessuto di seta, nell’antichità la tessitura era eseguita manualmente, i telai erano fissati a muro, vi era una fascia poggiata sui due lati del telaio, questa poi era passata dietro la schiena della persona addetta a questo tipo di lavoro.

Questi telai avevano una larghezza massima di trentasette centimetri, pare che proprio per questo fatto si sia sviluppato il taglio del kimono, cioè la necessità di utilizzare al meglio il prezioso tessuto, infatti per evitare sprechi la soluzione migliore era quella di tagliare il tessuto in rettangoli quindi: per il corpo due rettangoli lunghi, due rettangoli per le maniche ed altri due ripiegati per i davanti.

Segue uno schema con i nomi di ogni singolo pezzo che compone il kimono, (come d’abitudine giapponese)

La cucitura nel centro dietro che nel caso di un kimono per adulto veniva eseguita per il motivo descritto in precedenza, era comunque eseguita nei kimono da bambino questo perché vi era un altro motivo più importante per cui questa cucitura veniva comunque fatta perché per i giapponesi questa tiene lontani gli spiriti maligni in caso di attacchi alle spalle.

Gli eccessi del tessuto, durante la realizzazione del kimono non vengono mai tagliati, bensì lasciati dentro ripiegati, così se dovesse essere necessario allungare o tagliare, si può appunto fare.

Per un kimono possono servire anche quattordici metri di tessuto a seconda del modello. Vi sono vari modi per confezionare un kimono ad esempio si tagliano i vari pezzi e si imbastiscono dando la forma esatta del kimono dopodiché si traccia il disegno che successivamente si ricamerà. A questo punto i vari pezzi del kimono si tingeranno usando una tecnica chiamata “vuzen”, terminata questa operazione si assemblerà nuovamente il tutto, senza però terminarlo perché questa operazione verrà eseguita insieme al cliente il quale deciderà gli accessori e la fodera desiderati.

Il kimono, a differenza dei vestiti occidentali che tendono a mettere in evidenza la parte esteriore, dà più importanza alla parte spirituale infatti guardando una persona che indossa un kimono si è attratti dalla bellezza, dalla particolarità di questo vestito e man mano che si osservano i dettagli ci si fa un’idea della personalità di chi lo indossa ed il corpo passa veramente in secondo piano.

Il kimono da Judo

“Judogi” significa costume da judo, a volte si usa anche il termine “kentogi” che significa costume d’allenamento.

Il judogi è costituito da un paio di pantaloni chiamati “zubon”, questi sono ampi e robusti non hanno ne bottoni ne zip, sono sostenuti da un cordone che passa in una cinturina lungo la vita.

La giacca invece consiste in un kimono sempre in cotone, più robusto di quello dei pantaloni, anch’essa priva di oggetti metallici e di bottoni; sulle zone più a rischio di strappi cioè il collo e le spalle, vi è un ulteriore rinforzo di tessuto.

La cintura chiamata “obi” è sempre in cotone e può essere di diversi colori a seconda del grado dell’atleta. Gli atleti sono giudicati a prima vista anche da come indossano il kimono, vi è un certo modo di indossarlo, se non è rispettato vuol dire che l’atleta non ha compreso il senso dello judo.

Il judogi sin dalle origini è bianco, colore questo che simboleggia purezza che dovrebbe essere la caratteristica del judoca. Per i giapponesi il judogi è bianco come il fiore di ciliegio che, come la spada, era simbolo di purezza d’animo, forza e coraggio cioè i principi dei Samurai.

Il kimono da karate

Il kimono da karete discende dal “judogi” (kimono da judo). Sembra che sia nato dalle mani del Maestro di karate Jigoro kano nel 1921 in occasione di un invito al dogo kodokan del Maestro Funaco Shi per la presentazione dell’Okinawa Karate Jutsu.

In quell’epoca non esisteva una divisa da karate, in genere lo si praticava con abiti comuni, così il Maestro Jigoro Kano andò ad acquistare il tessuto necessario e passò tutta la notte per confezionare la divisa copiando appunto il kimono da judo. Questo modello col tempo fu riconosciuto a Okinawa come una tradizione diventando la divisa ufficiale di Karate.

Il senso delle Arti Marziali

Le Arti Marziali ad alti livelli hanno un concetto base, che non era solo quello di sconfiggere l’avversario ma sviluppare la sensibilità intuitiva verso le leggi che governano l’universo.

Il concetto fondamentale è: la morbidezza può vincere la forza.

Sul testo cinese “tao te ching” vi sono alcune massime interessanti da citare e sono:

“il più cedevole nel mondo vince il più duro”

“assecondare per mantenere l’iniziativa”

“vince colui che lascia”.

Il kimono dei Samurai

Il pantalone si chiama “hakama” è un indumento da indossare sopra il kimono, questo può essere aperto come i pantaloni oppure intero come una gonna. In origine l’hakama serviva ai guerrieri Samurai per proteggersi le gambe da abrasioni durante le cavalcate.

Oggigiorno questo indumento viene usato soltanto in alcune occasioni come le cerimonie con danze tradizionali oppure come divise delle arti marziali. L’hakama è indossato sia da uomini che da donne, il modello con il taglio nelle gambe è il più comodo, invece il modello a gonna viene usato nelle cerimonie tradizionali.

Il Davanti ed il dietro sono esattamente uguali. I tessuti usati sono a righe oppure di colori spenti, il modello classico consiste in un indumento bianco sotto, sopra di questo vi è un kimono a lunghezza totale di colore nero, quindi l’hakama.

 

I Samurai

Samurai significa “colui che serve”, essi erano antichi guerrieri una vera e propria classe sociale. Il loro codice d’onore è il “Bushido” che significa “Via del guerriero”. Questo codice oltre che regolare i combattimenti era una vera e propria filosofia di vita infatti si trovano riferimenti del Confucianesimo, Scintoismo e dello Zen, (questi cavalieri erano considerati “Monaci Samurai”).

Dal Buddismo Zen il Samurai impara a rendere il proprio spirito più forte, la filosofia della sua vita è la libertà dalla paura, anche dalla propria morte questo fa si che egli possa servire fedelmente con forza e serenità il proprio padrone, dando la vita se necessario.

I Samurai delle origini

Alcune teorie parlano della discendenza dei samurai dagli aborigeni dell’arcipelago nipponico gli “Ainu”, popolazione questa dai tratti somatici e dalla cultura occidentale, sembra che gli Ainu si siano dedicati alla guerra come alternativa alla mancanza di cibo e di terra fertile.

Questa popolazione era sparsa su tutto il territorio giapponese, poi vennero a poco a poco spinti verso il nord del paese dalle popolazioni asiatiche. Gli Ainu oggi sono poche migliaia e vivono in alcune zone dell’Hokkaido

All’inizio del nono secolo nel periodo chiamato “nora” nei “Nihongi” (gli annali del Giappone) si usava il termine “Saburau” che significa “coloro che servono”, “bu-shi” invece significa “coloro che combattono” termine usato nei tempi più antichi.

Il significato di servitore in Giappone ha un significato diverso dal nostro occidentale, infatti il Samurai era in simbiosi col proprio padrone che, se guardiamo, tutt’ora nel campo lavorativo il dipendente verso il proprio datore di lavoro ha lo stesso tipo di rapporto, infatti il lavoratore giapponese si sente una parte essenziale, vitale per l’azienda, essi non contestano mai le decisioni prese dalla direzione ma ne eseguono gli ordini, insomma oggi come in passato essi si legano agli ideali dei propri superiori a costo di qualsiasi sacrificio.

I Samurai si può dire siano legati alla storia del Giappone, (infatti essi avevano anche responsabilità governative). Il periodo tra il 1337 al 1602 fu caratterizzato da guerre che coprivano tutto il territorio giapponese così la priorità di quel tempo era la cultura bellica, nascono i “dojo”, luogo dove vi è il Maestro che insegna l’arte dell’uso della spada.

La figura del Samurai da semplice soldato dell’imperatore diviene sempre più autonoma e complessa (questo grazie anche al decentramento del potere imperiale) ma andiamo per gradi, i possedimenti terrieri rappresentavano il potere, infatti in Giappone come in Europa, vigeva un sistema di tipo feudale.

Il comando del paese in quell’epoca era costituito dall’imperatore il quale attraverso un suo governatore lo “shogun”, governava il paese (a volte lo Shogun era più potente dell’imperatore stesso). A sua volta lo Shogun dava l’autorità di gestione del territorio a dei subalterni chiamati “kanrei”.

Chi aveva la carica del “kebiishi” (la più ambita) aveva la libertà di arrestare ed eseguire sentenze capitali dei criminali. Lo Shogun assegnava ai propri Samurai delle terre come ricompensa al valore ed alla lealtà dimostrata in guerra, i terreni in questione potevano far parte di possedimenti dei vinti oppure facenti parte dei possedimenti imperiali, queste terre però potevano essere tolte in qualsiasi momento.

I grandi feudatari detti “Daimyo” che significa” grande nome” tolsero pian piano potere alla figura dello Shogun per poter gestire meglio i propri feudi donandoli in parte a i propri fidi per garantirsi la loro fedeltà.

Il primo Daimyo fu Hojo Soun egli fu una leggenda visse sino a 87 anni questo Daimyo era in grado oltre che a conquistarsi il feudo anche a gestirlo autonomamente, con l’intento di lasciarlo ai suoi discendenti.

Nel periodo detto “Shogunato i quartieri generali militari formati da un governatore, intendenti di finanza e di polizia un tempo con grossi poteri sia militari sia civili, avevano perso potere ed il paese era fuori controllo. Anche i molti Templi buddisti si servivano dei Samurai (samurai che il governo non accettò per i propri servigi) per fronteggiare gli Shogun.

Clan indipendenti, lottavano per avere più territori, i grandi Daimyo continuavano ininterrottamente a combattere, vi fu il crollo di molte potenti famiglie di Samurai, insomma questo era un periodo di grande confusione. Il periodo “Sengoku Jidai” che significa l’era del paese in guerra, costituì comunque una svolta per il paese giapponese.

L’evoluzione della figura del Samurai

Nel 1600 periodo di shogunato della famiglia Tokugawa, vi fu la riunificazione del Giappone, cessarono quindi le guerre feudali. I Samurai smisero quasi completamente di scendere sul campo di battaglia iniziarono così, pur mantenendo i privilegi di uomini di spada, a svolgere mansioni di amministrazione e civili per conto del proprio Daimyo (feudatario), contemporaneamente il Samurai si elevò culturalmente.

Il Samurai iniziò il proprio percorso verso una via spirituale più profonda (questo si può dire fu il presupposto all’inizio delle arti marziali). La tradizione dei monaci guerrieri continua nel tempo, proseguendo l’arte dell’uso della spada intrapreso sin dall’antichità e nello stesso tempo insegnano ai civili il “kenjutsu” (tecnica della spada). I Samurai dallo Zen (filosofia importata dalla Cina) apprezzavano la concentrazione, lo sviluppo dell’intuitività ma soprattutto la mancanza di attaccamento alle cose materiali compresa la propria vita .

Nel corso del 1700 vi fu la nascita del codice d’onore “Bushido Shoshinshu” codice basato sul comportamento, “l’Hagakure” invece era più filosofico, quest’ultimo era il testo più importante dell’epoca medievale ed è servito da guida per molte generazioni di Samurai, questi scritti sono gli insegnamenti dell’ex Samurai divenuto monaco Yamamoto Tsunetomo (1659-17199) che furono raccolti dal suo allievo Toshiro Ttsumamoto e racchiusi in undici volumi. I testi di Yamamoto erano indicatori di un cammino per diventare guerriero,indicavano anche la strada da percorrere per vivere in rettitudine, attraverso questi scritti semplici ed essenziali molti uomini sono riusciti a liberarsi dal limite umano rappresentato dal proprio ego. Il primo precetto dell’Hagakure dice “io ho scoperto che la via del Samurai è morire”, questa è l’essenza della via del Samurai, pensando alla morte mattina e sera nel silenzio e stando pronti a morire ogni momento si assimila il Bushido.

L’Hagakure insegna ad “essere” prima di apparire, testo scritto da un ex Samurai Yamamoto Tsunetomo il quale si fece monaco per non aver potuto seguire nella morte il proprio padrone. Durante il monacato Yamamoto scrisse appunto questo codice, questi scritti misero in evidenza nei Samurai una specie di trasmutazione dei principi Yin-Yang.

L’hagakure diede ispirazione anche ad autori della nostra epoca come Jukio Mishima che nel 1970 si tolse la vita in un suicidio rituale il “Seppuku”, questo per protestare contro il degenerare del costume tradizionale giapponese. I volumi dell’Agakure erano ritenuti testi che rinforzavano lo spirito patriotico, per i giovani dell’epoca erano di lettura obbligata, questo sino alla seconda guerra mondiale.

La frase dell’Hagakure “Ho scoperto che la via del Samurai è la morte” è stata oggetto di varie interpretazioni, venne associata alla morte di Gesù Cristo, ed alla sorella morte Francescana, infatti il totale consenso del Samurai alla morte si può interpretare come un grande amore per la vita, l’avere presente costantemente il proprio destino alla morte, fa sì che vi sia molta attenzione al modo in cui si vive la propria esistenza terrena. Un monaco Zen del 700 Takuan Soho lascia un trattato dove dice “spada che dà la vita”.

Nel periodo Mejii diciannovesimo secolo cessarono di esistere i feudi, il medioevo cessò di esistere in Giappone per decreto dell’autorità vigente. Ai Samurai venne vietato di portare la spada in pubblico, questo creò una sorta di smarrimento nella casta dei samurai. Dal kenyutsu prese vita il kendo (che si pratica tutt’oggi), parallelamente al kendo prese vita lo “Iaido” che si pratica con una spada vera senza affilatura, con un avversario immaginario che si potrebbe interpretare come il proprio lato oscuro da sconfiggere, alcuni lo interpretano come simbolo della morale ascetica dei samurai, questo è adattabile alle virtù dell’anima di quest’ultimi cioè guerriera, cavalleresca e semplice.

Un monaco Zen, Takuan Soho che oltre ad essere un Maestro d’armi era un calligrafo, poeta e pittore spiegava come vincere la paura della morte, il proprio ego e l’avversario. Questo monaco Zen dice (in base alle esperienze dei Maestri di spada) che un principiante pur essendo coraggioso, all’inizio dell’insegnamento esso perde la fiducia in sé stesso e la spontaneità. Il principiante si ritrova a non saper sferrare un attacco efficace ( cosa che bene o male prima di quel momento gli riusciva), quindi dover ammettere la superiorità del proprio avversario, questa è una fase che il principiante deve attraversare per poi arrivare ad essere un acuto osservatore del proprio avversario e quindi portare a buon termine i propri assalti e parare i colpi che gli verranno inferti, in questo caso l’unica cosa che il Maestro consiglia al principiante è di continuare con grinta e costanza l’esercitazione. Così il principiante arriverà ad acquisire una tecnica impeccabile riacquistando la fiducia in sé stesso e nelle proprie capacità, ma dovrà stare sempre molto attento durante i combattimenti a non usare il calcolo e la mente, ma dovrà abbandonarsi e lasciare il cuore libero di agire allora la sua azione sarà sempre veloce e proseguirà nel proprio cammino di crescita, altrimenti i colpi da lui sferrati arriveranno sempre in ritardo e mancheranno dell’efficacia di cui necessitano.

L’allievo deve fare in modo che percezione e azione siano una sola cosa nell’evitare i colpi inferti, per arrivare a ciò deve staccarsi sia dall’avversario che da se stesso. Takuan dice “nessun pensiero dell’io e del tu, dell’avversario e della sua spada, della propria spada, del modo di usarla, della vita e della morte niente più turba il cuore è solo da ciò che l’azione fluisce veloce e precisa”. Il Giappone era un paese dove le guerre erano costantemente presenti ovviamente con la costante immagine della morte ed è grazie allo Zen, praticato nelle varie forme, che consentì alla popolazione di vivere in armonia con tutto ciò che la circonda superando anche la paura della morte.

Il Bushido

Il Bushido ha origine intorno al 1192, nel periodo dello shogunato Kamakura. Il Bushido si può dividere in tre periodi storici, il primo periodo arriva sino al 1600 (periodo delle guerre interne) questo si può definire “Bushido guerriero”, segue poi il “Bushido riformato” questo era un insieme di Confucianesimo e di Zen (in questo periodo vi era lo shogunato dei Tokugawa), infine corrispondente al periodo “Meiji” 1868 vi era il Bushido moderno.

Il Bushido è l’essenza del Samurai è una filosofia di vita, questo codice d’onore è stato interiorizzato non solo dai Samurai ma anche dal popolo Giapponese. Bushido significa “la via del guerriero” cioè la continua e incessante crescita in nome dell’onore al di là di tutto compreso i propri bisogni materiali ignorando anche il proprio corpo.

Onore e Dovere questi sono i due fondamenti del Bushido, il dovere verso i superiori, ma non solo, il dovere era rivolto anche ai più deboli (da notare come ciò sia simile ai concetti dei cavalieri medievali occidentali). Per il Samurai vivere senza onore non era possibile e quando a ciò veniva meno eseguiva il “seppuku” questo rituale veniva eseguito anche per seguire e servire il proprio padrone nella morte (per citare un caso il conte Nogi e sua moglie eseguirono il seppuku mentre si svolgevano i funerali dell’imperatore Mutsuhito nel 1912).

Il costante pensiero che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo permette al samurai di apprezzare appieno la vita, di aprire il proprio cuore all’amore e alla devozione per ogni essere vivente, valuterà tutte le cose da dire e da fare dalle più piccole alle più grandi, si prenderà cura di se stessi onorando il proprio corpo, quel corpo che Dio ha donato all’uomo, seguendo una corretta alimentazione unito ad un buon esercizio fisico. Non avere costantemente presente il pensiero della morte rende imprudenti fa si che ci si perda in discorsi e situazioni inutili, si sarà poco propensi ad ascoltare ciò che gli altri hanno da dire, si perderà l’umiltà, la modestia .

“Dokuro no ei, shichisei no chu” che significa “gloria propria e fedeltà in sette generazioni” i giapponesi credevano che i samurai morti in battaglia rinascessero per sette volte. All’epoca esisteva un proclama redatto dall’imperatore il “Chokuyu” dove vi erano riportate cinque virtù disciplina “Reigi”, coraggio “Buyu”, patriottismo “Chusetsu”, lealtà “Shingi”, temperanza “Scisso” queste erano le doti che un guerriero Samurai doveva avere.

La casta dei Samurai era di rango elevato quindi essi dovevano essere istruiti, nell’epoca delle guerre interne però ciò non era possibile in quanto i Samurai iniziavano l’addestramento alle armi sin dall’età di dodici anni ed a sedici andavano in guerra, molti di essi infatti erano analfabeti. In tempo di pace invece era d’obbligo per un Samurai all’età di sette , otto anni leggere i cinque libri delle parole sacre, i quattro libri di Confucio ed i sette libri della guerra, oltre esercitarsi nella scrittura. All’età di quindici anni iniziava l’addestramento con le varie armi, il tiro con l’arco, la katana ed anche l’equitazione.

I principi fondamentali del bushido sono: essere fedeli ai propri genitori, non lasciarsi superare da nessuno nei propri ideali, servire il supremo capo, essere misericordiosi e sacrificarsi per il bene altrui. Un Samurai per aspirare ad essere un buon guerriero con tutte le virtù che questo racchiude, come prima qualità deve avere appunto “la pietà filiale” cioè fare in modo che i propri genitori stiano bene nell’animo e nel corpo, anche se questi hanno tolto l’onore al proprio figlio, mancando per primi di onorare se stessi, scorgendo solo i lati negativi delle situazioni, non donando al proprio figlio ciò di cui ha bisogno, ma pretendendo essi stessi dal loro erede cibo ed abiti e lamentandosi che ciò che posseggono non basta e della sfortuna che non li lascia. Se in queste circostanze il Samurai riesce ad avere compassione per le debolezze di una vita intera dei propri genitori, a rispettarli ed onorarli, allora sarà in grado di servire il proprio signore con grande lealtà, ed in qualunque circostanza, in ricchezza o in miseria. Se al contrario il Samurai trascurerà la pietà filiale non potrà essere un buon Samurai sarà incompleto perché egli è un ramo i suoi genitori sono il fusto.

Un buon Samurai appena ha del tempo libero lo dedica agli studi delle scienze, della poesia, impara a comprendere la cerimonia del te’ tutto questo permetterà ad esso di capire i significati delle cose antiche e di quelle moderne, la conoscenza gli permetterà di non trovarsi mai in imbarazzo di fronte alle difficoltà. Anche lo studio deve essere svolto con onore altrimenti andrà solo ad alimentare l’arroganza, si userà la conoscenza per disprezzare chi non ha avuto la possibilità di acquisirla, oppure la si userà per fare confronti e credere che tutto ciò che appartiene a mondi e culture straniere siano migliori delle proprie. Un samurai deve conoscere l’arte della poesia perché egli stesso deve saper comporre almeno qualche verso per poter presenziare alla cerimonia del te’ con onore, anche in questo caso il Samurai dovrà stare in guardia e conservare sempre l’umiltà.

La via del Samurai dunque porta ad uno stato interiore di realizzazione dove il confine tra vita e morte non esiste più, dove l’agire e il non agire divengono la stessa cosa, questo permette al Samurai di essere libero dalla paura della morte e dai condizionamenti. Il Samurai trasforma la paura della morte in un motore che gli permette di essere presente in ogni attimo della sua vita, di vivere nel “qui e ora”. Il Samurai avendo perfettamente e costantemente presente la morte, non spreca nemmeno un istante della propria vita, tralasciando così banalità, illusioni e preoccupazioni, ha sempre presente se stesso e il senso della sua esistenza, e se in qualche modo contravviene al proprio onore esegue “Hara-kiri” perché per un Samurai una vita senza onore non è degna di essere vissuta.

Hara-Kiri o Seppuku

“Hara-kiri” significa “taglio del ventre” ed era il suicidio rituale che; tra i Samurai era più conosciuto con il termine di “Seppuku”. Si trattava di un cerimoniale con delle regole da rispettare ben precise l’hara kiri doveva essere eseguito in presenza di un assistente e dei testimoni i quali avrebbero poi dato appunto testimonianza dei fatti accaduti ad un funzionario governativo che sopraggiungeva al termine del rituale, esso arrivava munito di un arco che simboleggiava il potere.

Il Samurai decideva di effettuare seppuku quando doveva riscattare il proprio onore, oppure dopo la morte del proprio signore per poterlo seguire e servire anche nell’aldilà. Se la situazione lo permetteva il Samurai prima di procedere al seppuku faceva un bagno per purificarsi, dopodiché presenziava ad un banchetto offerto ai propri amici dove si scrivevano anche poesie per salutare la vita. Questo rituale veniva eseguito in una stanza dove il samurai si inginocchiava su di un cuscino bianco, di fronte a lui si inginocchiava il “kaishakunin” (un assistente) , che generalmente si trattava di un amico il quale era armato di spada. A questo punto il Samurai con il “Wakizashi” ( spada corta cm. 40 che veniva portata sempre in coppia con la katana) si trapassava il ventre da sinistra verso destra per poi risalire verso l’alto questo per dare dimostrazione del coraggio e della volontà di voler morire. Il ventre era ritenuta la parte del corpo dove al suo interno vi erano racchiuse le emozioni, la volontà e lo spirito. Quando il Samurai rimaneva senza forze allora il kaishakunin gli tagliava la testa. Il corpo del guerriero morto veniva poi bruciato e le ceneri erano poi consegnate ai famigliari insieme ad una lettera dove il Samurai morto mandava saluti e spiegazione della propria decisione , insieme anche ad una poesia.

La Katana

La leggenda dice che all’inizio dei tempi esistevano tre Dei: Ama no minakanushi, Takami musuchi e Kami muschi i quali diedero vita a molte altre divinità, fra queste il Dio Izanagi che significa maschio che invita e la Dea Izanami che significa femmina che invita, ad essi venne consegnata la lancia gioiello del cielo e venne loro detto di creare dal caos un paese, così questi Dei con la lancia trassero dal fondo delle acque della terra, questa era l’isola di Onogoro (Awagi) scesero dunque su di essa e consumarono la loro unione.

Izanagi e Izanami, sospesi sul Ponte Fluttuante del Cielo “ame-no-hashi-date”. Izanagi tra le sue mani ha la Lancia Gioiello del Cielo “ame-nu-hoko” con cui si prepara a rimestare le acque confuse per formare le isole nipponiche.

Dall’unione di questi due Dei nacque un figlio debole e senza ossa, gli fu messo il nome di Hiruko che significa “bimbo sanguisuga” disgustati i due Dei lo abbandonarono in mare su di una barca di canne. Izanagi e Izanami andarono dunque a chiedere spiegazione dell’accaduto, la risposta fu che essi sbagliarono il primo approccio, infatti Izanami rivolse per prima la parola ad Izanagi, questo fu l’errore che causò la nascita di un figlio debole per l’appunto. Così i due Dei dovettero ripetere la cerimonia nuziale e parlò per primo l’uomo. La Dea Izanami diede alla luce altri figli che divennero degli dei potenti i quali continuarono a formare le isole del Giappone.

La Dea Izanami morì ustionata durante la nascita del proprio figlio il Dio del fuoco, Izanagi allora seguì la propria compagna nel regno dei morti per cercare di riportarla in vita. Izanagi però una volta arrivato nel regno dei morti mancò alla promessa fatta alla compagna morta e guardò Izanami prima di lasciare il regno dei morti, essa dunque si infuriò , Izanagi dovette fuggire dal regno dei morti per scampare alla furia della propria compagna così la perdette per sempre (questo è simile alla leggenda di Orfeo ed Euridice).

Al ritorno dal regno dei morti il Dio Izanagi si purificò tramite un’abluzione per eliminare le impurità durante questo rito nacquero tre Dei ai quali venne dato ad ognuno un terzo di mondo. Dal lavacro dell’occhio sinistro del Dio Izanagi nacque la grande Dea che brilla in cielo, la Dea del sole Amaterasu,alla quale diede la parte celeste, dall’occhio destro nacque la Dea della luna Tsuku-Yomi a cui venne dato il paese della notte, e dal naso nacque il Dio del mare e delle tempeste Susanoo il quale ebbe la piana del mare. Il Dio Susanoo però era dispettoso e violento, per questo fu mandato in esilio sulla terra nella regione di Izumo

Sulla terra però questo Dio divenne buono, salvò una vergine che era stata offerta come sacrificio ad un drago con otto teste.

Susanoo una volta ucciso il drago lo tagliò a pezzi, la coda però non riuscì a tagliarla ma anzi la sua spada si intacco, così tagliò la coda per il senso della lunghezza ed al suo interno trovò una grande spada la “Tsumugari che significa la ben affilata. Susanoo diede poi la spada ad Amaterasu la quale chiamò il figlio Oshi-o-mimi e porgendogli la spada gli disse di scendere a governare il paese di Yamato ora in pace, egli però si rifiutò proponendo il proprio figlio Ninigi per questo compito. La Dea Amaterasu consegnò dunque al nipote Ninigi i tre simboli divini: la collana che il Dio Izanagi le diede, lo specchio che gli Dei usarono per far uscire la Dea Amaterasu dalla grotta nella quale si rinchiuse lasciando il mondo nelle tenebre e la spada trovata nella coda del drago da suo fratello il Dio Susanoo e che donò appunto ad Amaterasu.

Ninigi sposò la figlia di un nobile da cui ebbe tre figli uno di questi sarebbe poi stato il padre del primo imperatore del Giappone, Kamu-yamato-iware-biko-no-mikato meglio conosciuto con il nome di Jinmu-tenno fondatore della dinastia che ancora oggi regna quella del Crisantemo.

Gli imperatori del Giappone dunque, secondo la leggenda, discendono direttamente dalla Dea Amaterasu per questo sono anch’essi delle divinità però, pur essendo tali, sono soggetti ad invecchiare ed a morire perché Ninigi quando prese la decisione di sposare solo la principessa bella come il fiore di pesco e di rimandare indietro la principessa brutta, che le avrebbe dato la forza e la resistenza di una roccia, perse l’immortalità divina.

Questa spada fu posta nel tempio di Ise dal decimo imperatore Sui gin. In seguito il figlio del quattordicesimo imperatore Yamato Takeru, prese con sé la Tsumugari per combattere contro gli Ainu e quando questi diedero fuoco ad una prateria dove vi era il principe quest’ultimo si salvò falciando l’erba in modo da creare un varco dove poter passare. Così da quell’episodio la spada fu chiamata “Kusanagi no tsurugi” che significa la spada falciatrice d’erba. Questa spada ancora oggi viene consegnata insieme allo specchio di forma ottagonale ed alla gemma preziosa durante l’incoronazione dell’imperatore del Giappone.

Lo specchio, la spada e il gioiello, questi sono i tre tesori divini che scesero dal cielo insieme a Ninigi,. A tutt’oggi sono il simbolo dell’investitura divina del nuovo imperatore del Giappone questa infatti avviene dalla presa di possesso di questi tesori, che simboleggiano le virtù della saggezza del coraggio e della benevolenza.

Lo specchio “Yata no kagami” è considerato manifestazione della dea del sole Amaterasu-ō-mi-kami e quindi fondamento del dogma di stato della divinità del sovrano. È conservato nel tempio di Ise.

La spada “Kusanagi no tsurugi” è conservata nel tempio di Atsuta.

I gioielli “Yasakani no magatama” sono conservati nel palazzo imperiale.

La spada giapponese, oltre che simboleggiare il Samurai, era il simbolo di tutto il Giappone che si riteneva una nazione guerriera, infatti tutti i cittadini compreso le donne sapevano all’occorrenza usare l’arma da taglio. Il samurai portava sempre con sé due spade , una era la Katana e poteva essere lunga da 60 cm a 1 metro questa veniva portata sul fianco sinistro in un fodero appeso all’obi (cintura), l’altra era una spada dalla lama più corta chiamata wakizashi lunga 40 cm.(i Samurai la chiamavano “guardiano dell’onore” infatti era spesso usata per le cerimonie di “Hara-Kiri”) ed era infilato nella cintura all’altezza dello stomaco, questa posizione aveva un importante significato simbolico infatti nel ventre, che chiamavano Hara, erano contenute le emozioni, la volontà e lo spirito di ogni persona.

La combinazione di queste due spade si chiamava “Dai-Sho” che significa grande e piccolo. Solo i Samurai e pochi ricchi mercanti potevano portare la dai-sho, e per chi contravveniva a ciò vi era la morte. La spada del Samurai rappresenta il simbolo della propria matrice divina, un segno tangibile del proprio onore, al suo uso era accompagnato un elaborato rituale proprio per il potere spirituale di quest’ultima. I samurai effettuavano i propri giuramenti sulla spada questa rimaneva al fianco del Samurai per tutta la vita.

Le spade dei Samurai erano molto resistenti questo grazie, in parte, alla particolarità dell’acciaio giapponese la cui anima presenta una elevata concentrazione di carbonio che associato alla bassa quantità di altri elementi come il silicio (il quale rende fragile la forgiatura) dà alla lama questa caratteristica resistenza. Per l’anima della spada veniva utilizzato un acciaio laminato flessibile, dolce e nello stesso tempo robusto, l’esterno invece era costituito da acciaio più duro con più strati ripiegati su se stessi e battuti per più volte. Questo modo di trattare la lama creava una sorta di pellicola sulla lama interna la quale era costituita da più strati di acciaio di diversa durezza saldati tra loro.

A questo punto la lama veniva nuovamente indurita con successivi riscaldamenti e raffreddamenti, alla fine la si ricopriva con dell’argilla facendo in modo di lasciare scoperta la parte tagliente, in questo modo la parte tagliente appunto diviene durissima, e una volta molata questa rimaneva affilata come un rasoio e l’operazione non si doveva più ripetere (la molatura indebolisce la lama) la parte invece ricoperta dall’argilla ha un tempo di raffreddamento più lento questo fa sì che questa parte rimanga dolce e flessibile, dote questa necessaria perché la lama sia sensibile. Tutt’oggi si possono trovare spade giapponesi del diciassettesimo secolo perfettamente affilate.

Il compito di fabbricare la spada era molto importante, proprio per il significato simbolico mistico che questa rappresentava. Il “Kaji” era colui che fabbricava le spade ed aveva un posto d’onore nella società, molto spesso esso era di origini nobili, ad essi era richiesta una purezza di cuore e sentimenti alti di moralità, esso conduceva una vita monacale. Prima di cominciare il lavoro della costruzione della spada i Maestri Kaji si sottoponevano ad un allenamento sia spirituale sia tecnico, eseguivano una purificazione che consisteva in un digiuno e mentre fabbricavano la spada indossavano una veste bianca. Anche il luogo dove veniva lavorata la spada veniva preparato proprio come un tempio con oggetti e talismani che servivano per avere il favore degli Dei ed allo stesso tempo allontanare le negatività e gli spiriti maligni

Queste spade possedevano lunghe impugnature per permettere al Samurai di usare entrambe le mani nello stesso momento, queste avevano la capacità di mozzare una testa, un braccio o una gamba molto facilmente e in un colpo solo (la testa poi era presa come trofeo, se la vittima in questione aveva combattuto onorevolmente ed appartenevano ad un elevato rango sociale).

I Samurai indossavano dei collari anti decapitazione, prima di iniziare la battaglia usavano bruciare incensi nei propri elmi, così in caso di sconfitta le loro teste avrebbero emanato un buon odore. Se la Katana era molto buona poteva tagliare un corpo in due oltrepassando anche l’armatura in un solo colpo. Per provare la potenza della spada a lavoro ultimato la si provava su dei cadaveri oppure su condannati a morte (oggigiorno il possesso di Katane funzionanti in Giappone è vietato, sembra però che i boss mafiosi detti “oyabun” ne posseggano e le usino per duelli all’ultimo sangue).

La Katana dunque è parte integrante del Samurai. Ai bambini che venivano adottati dai “buke” (guerrieri) veniva consegnata mediante una cerimonia la “Mamori gatana” questa era un talismano a forma di spada avente l’elsa e il fodero rivestiti di broccato il tutto fissato ad un borsello “kinchaku” che era indossato dai bambini inferiori a cinque anni. In seguito veniva eseguita una seconda cerimonia “gembuku” che simboleggiava il riconoscimento come uomo tra gli uomini, qui veniva consegnato al ragazzo l’armatura e le prime vere spade, l’acconciatura veniva eseguita uguale a quella degli adulti. Da questo momento in poi il ragazzo doveva specializzarsi in quelli che erano i doveri conferiti al proprio rango, oltre questo doveva continuare l’addestramento nell’arte dell’usare la spada (questo addestramento veniva svolto indipendentemente dal rango di appartenenza). Chi apparteneva ai ranghi più alti ovviamente aveva più tempo da dedicare agli addestramenti e quindi arrivare all’eccellenza di quest’arte.

Esistevano molte superstizioni riguardanti le lame delle spade, alcune di queste riguardavano fatti che potevano succedere appunto alle spade, altre invece si riferivano ai vari segni che la lama presentava anche quelli lasciati dalla forgiatura il significato di questi segni potevano essere positivi quindi portare beneficio oppure se negativi portare eventi spiacevoli. Anche alla lunghezza della lama veniva data un’interpretazione si trattava di un vero e proprio calcolo, la lama della spada veniva suddivisa in più parti: bio (malattia), zai (salute), gi (lealtà), go (peccati), gai (ingiurie), ri (separazione), Kan (buona posizione), Kitsu (fortuna). La spada dunque dopo essere stata misurata e dopo avererne calcolato il risultato si andava a guardare che questi non fossero in corrispondenza di periodi poco fortunati in questo caso, si provvedeva subito all’accorciamento della spada stessa.

Lo “Yumi” (Arco)

L’arte di tirare con l’arco si chiama Kyudo (letteralmente “la via dell’arco”) questa è una delle più antiche e nobili arti marziali (budo), ed è considerata la più pura di esse. Il Kyudo si accomuna molto alle cerimonie giapponesi della spada “iado” del the “chado” e della calligrafia “shodo”, tutte vie queste che rispecchiano il cuore e la mente del Giappone.

Le origini

L’ arco nacque come arma da guerra ma si utilizzava anche per cacciare (infatti il vecchio nome era “kyujutsu” che significa “tecnica dell’arco”), per trasformarsi poi in uno strumento di crescita spirituale. Lo yumi poteva essere usato da arcieri a cavallo, oppure da arcieri appiedati.

Vi sono varie teorie sulla provenienza dell’arco, alcuni dicono che questa sia stata l’arma del popolo degli Ainu (aborigeni della penisola nipponica dai tratti somatici europei) , altri invece dicono che per primi lo usarono le popolazioni nomadi cinesi o asiatiche.

Dunque le origini del Kyudo sono contraddittorie infatti sembra che ogni clan sia in possesso di documentazioni in contrasto tra di loro. Sembra che l’arco sin dai tempi antichissimi (250 a.C.) fosse un simbolo di potere delle famiglie più ricche e potenti infatti già all’epoca queste famiglie esigevano dal resto della popolazione il pagamento dei tributi .

Alcuni archeologi scoprirono una sorta di campana di bronzo dove raffigurava un cacciatore con un arco asimmetrico (tipo lo yumi) risalente al 250 a.C. inoltre trovarono dipinti dove vi erano rappresentati i primi imperatori anch’essi muniti di arco. Il quindicesimo ed il sedicesimo secolo fu il periodo di massimo splendore dell’arco

Il Kiudo era praticato anche in tempo di pace prevalentemente da nobili e persone di rango elevato. Nel periodo “Kamakura”( sembra anche precedente ad esso) si può dire che i nobili guerrieri Samurai fossero essenzialmente arcieri a cavallo e le armi da essi usate erano appunto arco frecce e spada.

Quest’arte veniva insegnata a tutti i Samurai, infatti gli arcieri avevano un’importanza fondamentale, essi durante la battaglia avevano il compito di aprire le ostilità con una pioggia di frecce.

Gli archi avevano diverse forme la più usata e famosa era quella del “daikyu” questo arco era lungo sette “shaku” e tre “sun” (2 metri e 21 cm. circa, ma potevano arrivare anche ai 2 metri e 70 cm. infatti i cinesi chiamavano i Samurai uomini dal lungo arco ) di forma asimmetrica si estendeva per due terzi circa al di sopra l’impugnatura ed era prevalentemente usato a cavallo.

Lo “yumi” era formato da un nucleo di legno sul quale erano incollate più strisce di bambù molto flessibile, le quali poi venivano laccate, il tutto veniva legato con del rattan. La corda ha la particolarità di essere legata con dei nodi allo Yumi.

Come già detto in precedenza questo arco era di grandi dimensioni e per poter essere usato a piedi aveva l’impugnatura decentrata cioè ad un terzo della lunghezza totale (ancora oggi questo arco viene costruito come 400 anni fa).

Le frecce “Ya”

Le “ya” erano fatte in bambù e avevano molte piume collocate sulla cocca. La ya era formata dalla cocca “yahazu” da piume “ya-no-ha, dal fusto “ya-no-take”e dalla punta ya-no-ne.

Esistevano vari tipi di punte sembra più di una dozzina: a foglia di salice, sottili e penetranti, a forcella (per tagliare le funi), a sezione triangolare, a punta larga ed anche gradi e cave atte alle segnalazioni. Vi erano anche delle frecce sibilanti “kabura-ya” che servivano a scacciare gli spiriti malvagi.

Le frecce erano infilate in una faretra “utsubo” che era in legno laccato avente un coperchio, al suo interno potevano essere contenute due dozzine di frecce. Il rifornimento di frecce era assicurato da faretre giganti all’interno delle quali erano contenute un centinaio di frecce, queste erano trasportate sulle spalle dei “wakato”.

I guanti del kyudo “dyugake” erano in cuoio oppure in pelle di cervo, avevano un inserto all’interno del pollice che poteva essere di corno o di legno. I guanti potevano essere a tre dita, a quattro dita, oppure a cinque dita, il guanto era solo per la mano destra.

Sia l’arco che la spada giapponesi sono contornati da miti e leggende, a tutt’oggi sono usati nelle cerimonie.

Il declino dell’arco arrivò con le armi da fuoco, tuttavia l’arte del tiro con l’arco permase, soprattutto a scopo educativo ed anche cerimoniale era praticato prevalentemente da nobili e persone di rango elevato. Le più antiche scuole di kyujutsu sono: la Ogasawara Ryu e la Heki Ryu

Il Kyudo si può dire abbia tre livelli che riguardano il lancio della freccia, il primo livello “toteki” è quello in cui l’arciere scocca inconsapevolmente la freccia non accorgendosi che il proprio corpo manca, i movimenti sono spenti e senza vita, anche se il bersaglio viene colpito A questo stadio vi è una difficoltà a cambiare la posizione trovata per paura di non colpire il bersaglio questo stadio si può dire un passatempo.

Il secondo livello “kanteki” non si limita a colpire il bersaglio ma lo perfora (l’arciere guerriero in questo lancio vedeva il nemico da sconfiggere) questo risultato si ottiene non soltanto con la tecnica ma principalmente dall’interiorità dell’arciere stesso, mente e corpo si fondono dando origine ad una potente forza ed allo stesso tempo attraverso il controllo del respiro il tiro è morbido e vigoroso. Questi sono normali livelli di sviluppo per un allievo arciere.

Nel terzo livello “zaiteki” il bersaglio non è altro che il centro del proprio sé. L’arciere a questo livello si concentra non tanto sul bersaglio ma la concentrazione è nel rendere puri azione e pensieri in questo modo tutto diviene naturale: il corpo corregge le posizioni da sé, la razionalità si arrende lasciando che intuito, corpo e tecnica si fondano, il corpo ora è rilassato ma vigile così che lo spirito scorra sino all’estremità della freccia arciere ed arco ora sono un tutt’uno in armonia e serenità la freccia dunque ancor prima di essere scoccata è già nel bersaglio, esiste nel bersaglio.

Un elemento per capire la sincerità del tiro è il suono che la corda emette, un tiro eccellente rilascerà un tono alto e pulito, indicatore di un rilascio dolce. È da notare che la famiglia imperiale giapponese utilizza i suoni dell’arco per annunciare la nascita di un bambino questo serve per cacciare il male.

La bontà d’animo è importante nel Kyudo, al contrario rabbia, pensieri negativi rovinano il tiro perché corpo mente e spirito dell’arciere si trovano nell’ombra ed anche se il tiro andrà a segno sarà di bassa qualità. La cosa che si nota subito nel Kyudo è la grazia e l’arte dell’arco unita all’eleganza del costume tradizionale che l’arciere indossa.

Anche se il Kyudo sembra una sequenza di movimenti piuttosto semplici, in realtà si tratta di un qualcosa di molto profondo e difficile. Il cerimoniale nel kyudo è importante perché rende tutto perfettamente equilibrato questo significa armonia se manca ciò non si tratta di Kyudo l’arco e la freccia devono essere un tutt’uno in perfetta armonia con l’arciere. Il concetto base del Kyudo è l’incessante ricerca della perfezione non a livello tecnico perché esso è limitante , ma a livello spirituale che è illimitato.

Il Kyudo ha poco a che vedere con l’attività fisica per questo è molto importante l’energia che ognuno ha dentro di sé, quest’energia in occidente è chiamata spirito in Giappone invece “Shinki” (Shin significa cuore o mente, ki significa energia vitale) questo è ciò che permetterà all’arciere di esprimere tutto il suo potenziale e lo aiuterà ad affrontare ed oltrepassare la debolezza, caratteristica dell’uomo. I Maestri di Kyudo per meglio esprimere il concetto di profondità nel praticare quest’arte hanno un aneddoto: “un potente dragone non può vivere in acque basse”.

I Maestri di kyudo sono molto rigorosi nell’insegnamento del cerimoniale di quest’arte ciò è dato dal fatto che l’allievo arciere deve imparare , oltre che la tradizione che a sua volta tramanderà, ad abbandonarsi all’intuito e lasciare andare pensieri estranei, per entrare così nella dimensione chiamata non mente che i giapponesi chiamano “Mushin” ciò non significa di certo incoscienza ma significa pulire il pensiero della parte impura, in modo che pensiero ed azione siano una sola cosa cioè Mushin.

Il Maestro lascia che sia l’allievo a trovare la risposte, egli sa che in questo modo l’allievo svilupperà l’intuizione, sperimenterà la profondità di quest’arte ed a poco a poco abbandonerà l’eccessivo intelletto che andrebbe ad inquinare la spontaneità e l’armonia del tiro. Il Kyudo è un percorso di vita, il bersaglio che si ha di fronte diviene uno specchio che fa vedere la propria forza oppure la propria debolezza, l’obbiettivo dunque è di colpire il proprio sé.

Questa disciplina, è influenzata dalle filosofie dello shinto ma soprattutto dallo Zen. Un buon Maestro a cui verrà posta la domanda “cosa è il Kyudo” egli non saprà cosa rispondere perché è consapevole del fatto che una vita intera dedicata a quest’arte non basta a capirla, però egli continua non solo per affinare la tecnica ma soprattutto per conoscere se stesso.

Il luogo in cui si pratica il Kyudo si chiama Kyudojo qui vige il rispetto da parte di tutti verso tutti e tutto, ogni allievo ha la responsabilità di tenere pulito il kyudojo aiutando a spazzare . Si rispetta il silenzio e l’armonia del luogo, qui è importante il gruppo quindi ogni allievo che frequenta il Kyudojo deve essere umile paziente e collaborare con l’intera comunità del kyudojo stesso.

In alcune scuole kyudojo prima di iniziare l’allenamento gli allievi praticano meditazione per aiutare a liberare la mente ed entrare in armonia con tutto ciò che li circonda così facendo si libererà nel kyudojo un’energia di serenità rispetto e amore.

L’armatura dei Samurai

Le armature dei Samurai erano uniche nel loro genere ed erano di una bellezza e nello stesso tempo di un efficacia ineguagliabile. Le armature seguirono l’evoluzione degli stessi Samurai, l’ipotesi è quella che ogni Samurai ideò la propria armatura in base alle esperienze nelle varie battaglie che gli permisero di capire la soluzione migliore per avere delle armature sempre più efficienti. Un importante spunto per ideare le armature era anche il contatto con i diversi popoli, come ad esempio la maglia ad anelli caratteristica dei popoli dell’Asia centrale.

In origine le armature erano uguali per tutti i ranghi di Samurai sia nei materiali che nella struttura, questo perché erano sotto il controllo governativo, successivamente l’entrata a far parte dell’organizzazione governativa da parte dei Samurai fece si che questi guerrieri decidessero da sé la qualità dei materiali e la struttura delle armature, ovviamente i ranghi più alti avevano la possibilità di avere materiali e decorazioni migliori. Queste armature erano uno splendido insieme di eleganza , bellezza ed efficienza, le fettucce di sete e broccati servivano per unire tra loro le piastre d’acciaio e formare così un insieme compatto, in questo modo l’armatura giapponese permetteva movimenti più agevoli rispetto alle armature tipiche occidentali dell’epoca, perché costruite con materiali più leggeri ed erano meno ingombranti, infatti i Samurai preferivano avere libertà di movimento ritenuta importante per evitare di perdere la propria vita per nulla, in quanto essi erano convinti che non esisteva armatura che potesse evitare il trapassare di frecce spade e lance, in ogni caso le armature dei Samurai erano molto efficaci pur essendo leggere.

Le armature più complesse e ricche di elementi appartenevano ai ranghi più elevati man mano si scendeva di rango, le armature divenivano più semplici e povere di elementi. Quando le armature iniziarono ad essere personalizzate ogni guerriero scelse un segno che permettesse di capire a che clan apparteneva, questo per evitare che potessero uccidersi fra compagni per errore. Gli elementi che permettevano l’identificazione al clan erano dei lacci in seta oppure in cuoio che servivano ad unire le varie parti dell’armatura ed era appunto il colore di questi a determinare l’appartenenza. I guerrieri nobili , oltre a distinguersi per la ricchezza di elementi della propria armatura, avevano un vero e proprio marchio chiamato “moon” registrato a livello governativo che serviva a distinguere le varie famiglie nobili.

Nel sedicesimo secolo alle armature furono fatte modifiche radicali (prendendo spunto dalle armature Europee) questo fu determinato dall’arrivo in Giappone delle armi da fuoco, armi queste importate dall’Europa, le molte lamelle unite con fettucce di seta lasciarono così il posto a piastre d’acciaio più grandi che andavano a proteggere la parti vitali del corpo.

Come è concezione giapponese tutto è arte e spirito, dunque anche gli artigiani che fabbricavano le armature erano dei veri e propri artisti tenuti in grande considerazione (come quelli della Katana). Le armature più complesse erano costituite da protezioni per i piedi, le gambe, il ventre, il busto, le spalle, le braccia e la testa. Le armature antecedenti al sedicesimo secolo si chiamavano “yaroi”, “katchu”,”domaru”, haramachi, invece le armature costruite nel periodo successivo si chiamavano “gusoku”. Gli elementi che componevano queste armature si chiamavano: “kabuto” l’elmo, “ho-ate” la maschera, “kote” le maniche, “sune-ate” gli schinieri, “yoroi” il pettorale “koshi-ate” i pantaloni.

La parte più interessante dell’armatura è l’elmo questo oltre ad avere la funzione di protezione aveva anche il compito di spaventare il nemico. L’elmo poteva avere più forme ad esempio a testa di drago, a forma di montagna oppure rappresentavano demoni con sembianze anche di bambino e di donna oppure demoni dal naso lungo. L’elmo poteva essere costruito in una o più parti, ed era aperto sulla sommità del capo, (i giapponesi la chiamavano “la sede del Dio della guerra”) per permettere al Dio della guerra di entrare in contatto con il Samurai. La maschera era fatta in ferro cuoio e acciaio. L’elmo più suggestivo si può dire sia stato il “kawari-kabuto” (sedicesimo secolo) infatti, in questo periodo chiunque poteva aspirare al potere anche chi apparteneva ai ranghi inferiori da qui la necessità di distinguersi indossando elmi stravaganti. Le maschere degli elmi potevano essere modellate con la cartapesta ed applicate sopra il coppo o in legno sempre applicate sul coppo,

oppure in acciaio (utilizzando la tecnica a sbalzo), dopodiché venivano laccate in colori diversi. Questi elmi erano talmente belli e particolari che si usò indossarli anche nel successivo periodo di pace (dal 1603 al 1868 periodo degli Shogun Tokugawa). Gli armaioli poterono dunque esprimere tutta la loro arte costruendo armature ed elmi ancora più stravaganti e ricchi di quelli del periodo passato.

I Samurai quando andavano in battaglia portavano una sacca che conteneva del riso “uchi-gae”, una per la provviste “kate-bukuro”, ed una terza per le teste del nemico “kubi-bukuro” inoltre avevano sempre con sé una sorta di salvagente fatto con del materiale che si poteva gonfiare, questo per poter attraversare fiumi o laghi in quanto l’armatura col proprio peso poteva far rischiare di annegare il guerriero.

Conclusione

Ueshiba, fondatore dell’aikido, scrisse “il vero significato della parola Samurai è uno che serve il potere dell’amore” ed anche “la via del guerriero è la creazione dell’armonia” Essere guerriero significa essere libero , a differenza del soldato che obbedisce senza chiedersi perché, il guerriero sceglie e lotta per ciò in cui crede senza farsi condizionare da niente e da nessuno.

il guerriero per eccellenza dunque è un unione di potenza, forza e coraggio (energia maschile “yang”) e tranquillità d’animo, creatività dolcezza (energia femminile “yin”).

Quante volte si sente raccontare la storia del principe che salva la bella principessa dal drago, queste sono le energie che ogni essere umano ha dentro. La principessa (energia yin) ha bisogno del principe per essere salvata dal drago, perché per sconfiggerlo sono necessari forza e coraggio ma allo stesso tempo il principe (energia yang) ha bisogno della principessa per essere felice perché lei ha in sé la dolcezza la bontà d’animo è sensibile e creativa, il drago rappresenta i problemi che la vita costantemente ci pone sul nostro cammino.

 

Bibliografia

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kyudo l’essenza e la pratica dell’arceria giapponese edizioni mediterranee

la tenera arte del guerriero di Daniele b